In una bellissima libreria di Barcellona ho comprato il precedente libro di Anne Berest, La cartoline. Un acquisto fortunato quanto d’impulso. Conquistata dall’incredibile storia della famiglia materna dell’autrice, non ho resistito all’idea di scoprire anche la storia del ramo paterno, immortalata nel romanzo Finistère.
Quando si ha una vita da costruire, figli da fare e amori da vivere, immergersi nella memoria degli antenati non è scontato, ci vuole un germe, un’intenzione magari silenziosa o nascosta, se non addirittura sconosciuta a se stessi.

Di che cosa parla Finistère? Di Bretagna, di rapporti tra le generazioni, di rapporti tra padre e figlio e tra padre e figlia, della storia della Francia del ‘900… Insieme all’autrice seguiamo l’evolversi delle vite del bisnonno Eugène, paladino delle prime lotte contadine della Bretagna e fondatore del sindacato degli agricoltori, del nonno Eugène, studente a Parigi durante l’occupazione tedesca e del padre Pierre, studente nel pieno del ‘68 francese.
Il viaggio di Anne Berest comincia dalla banlieue di Parigi: è da qui che lei, le sue sorelle e i suoi genitori partono ogni anno per tornare nella Bretagna dei suoi avi.
Ogni estate lasciavamo la banlieue di Parigi per andare in Bretagna, la terra di mio padre, quella in cui era nato, così come suo padre e il padre di suo padre prima di lui. Il viaggio cominciava alla gare Montparnasse sotto i murales di Vasarely, forme esagonali ripetitive, motivi cinetici dai colori saturi che si scurivano sotto uno strato nero di inquinamento. Io e le mie due sorelle eravamo le prime di una famiglia per le quali la stazione di Montparnasse non era più una meta, ma un punto di partenza, le prime Bérest a essere nate fuori dal dipartimento del Finistère. Quel cambio di direzione ci marchiava con una differenza che le generazioni precedenti non avrebbero neanche potuto concepire, motivo per cui mi sentivo impercettibilmente estranea a mio padre.
Le sette ore di treno che separano la capitale da Brest, destinazione finale dei nostri viaggiatori, sono un vero e proprio iato tra due mondi. La Bretagna della famiglia Bérest è una regione fiera, indomita e sempre pronta a lottare per mantenere la propria identità e per affermare i propri diritti. Forse anche per questo, i capitoli dedicati ai due Eugène (bisnonno e nonno) sono terribilmente affascinanti. Il Léon dei primi del ‘900 è descritto con grande efficacia e così le lotte dei sindacati agricoli.
La narrazione scorre veloce e piacevole, alternando cronaca di vita familiare e storia regionale e nazionale. L’orgoglio paterno del bisnonno Eugène nei confronti dell’amatissimo figlio che porta il suo stesso nome commuove anche il lettore più impassibile. Inevitabilmente il nostro cuore soffre quando il giovane Eugène decide di voler continuare a studiare e il padre, costretto ad accettare a malincuore la vocazione del figlio, lo supporta e soffre in silenzio per un distacco che si rivela ben presto molto più profondo del previsto.
Un proverbio bretone dice che tra il pulito e lo sporco c’è solo una macchia. Eugène pensò che in effetti ciò che si era frapposto tra lui e il figlio era ben poco, ma sentiva che quel poco sarebbe diventato molto.
La scoperta di Parigi, la carriera universitaria che non si svolge secondo i piani, l’impegno politico e l’occupazione tedesca del paese fanno da sfondo a dei rapporti familiari che diventano sempre più complessi. La stessa complessità che caratterizza anche la relazione di Anne con i genitori. Pierre e Lélia sono due persone straordinarie. Professori universitari, dichiaratamente di sinistra, impegnati a crescere delle figlie che siano libere di fare qualsiasi scelta sia loro congeniale, sono però anche due individui dí difficile ‘decriptazione’.
Pierre, uomo di scienza con il naso sempre immerso nei libri e nei calcoli è quello che Anne sente più lontano ed è di lui che si sforza di scoprire i segreti. Soprattutto dopo aver compreso che da giovane ha partecipato ad azioni clandestine per l’estrema sinistra. In questa seconda parte del romanzo, il lettore ha la sensazione che l’autrice sia più reticente. Il tentativo di raccontare la vita del proprio padre, d’altronde, non è una sfida facile, per quanto affascinante.
Tra le righe emergono dubbi, domande mai poste ma anche il grande amore di una figlia per il proprio padre. Per quanto talune domande non trovino risposta, queste 400 pagine sono un vero e proprio viaggio tra le generazioni e una dimostrazione d’amore per le proprie radici. Un tentativo di comprendere che cosa luoghi e persone ci lascino in eredità, anche a nostra insaputa.
Anne Berest, Finistère, E/O edizioni, Roma, 2026