Volete un libro poetico, tenero e che si legga velocemente? Allora segnatevi questo titolo: Il guerriero di porcellana.
In casa due oggetti mi affascinavano. Tutti e due venivano dalla Lorena. Il primo era un barometro di legno sul quale era scolpita una doppia cicogna su un enorme nido che sovrastava le casette di un paese tipico della Francia dell’Est. Fino alla fine degli anni ottanta, mio padre prevedeva il meteo battendo sul quadrante di vetro. Sento ancora il suono. Era un suono serale, l’ultimo prima di augurarsi la buona-notte. Anche quando la Francia perdeva una partita di calcio contro la Germania, mio padre batteva sul quadrante. Il tintinnio delle sue unghie sul vetro si concludeva con un “Ah! Bel tempo!” oppure “Oh, mamma, guai in vista… Domani piove!”. Ero troppo piccolo per saper leggere ciò che era scritto sul quadrante, e credevo che il mio Papà fosse un mago-meteorologo. Un po’ più lontano, in cucina, troneggiava un cofanetto di legno, appena più grande di una scatola da scarpe. L’etichetta recitava: “Ricordi”. Da lì mio padre tirava fuori un sacco di cose che sembravano magiche ai miei occhi di bambino. Era un po’ come la borsa di Mary Poppins, c’erano bobine di film in super 8, un peschereccio oro e azzurro, delle diapositive di quando lui era più piccolo di noi, durante la guerra. E un album di fotografie. Elise, sua madre. Suo zio, sua zia Louise e sua nonna. C’era anche lui che posava fiero sulla bici di Émile nel 1945 mentre suo padre mostrava la Croce di guerra e la Legione d’onore. In fondo all’album c’era infilata una busta. Due lettere di sua madre. Ogni tanto le apriva. Si faceva silenzioso, pareva perdersi in un labirinto di ricordi. Ne usciva solo quando le riponeva. Alla fine, una sera, gli ho chiesto che cosa fossero. Ne ha letta una. Quella lettera, scritta qualche giorno prima che sua madre morisse, mi ha trafitto. Mi attirava e al tempo stesso mi gelava il sangue. Quella lettera era la prova che prima dell’incidente d’amore forse evitabile, lei era lì, in carne e ossa, a curare la febbre di chi allora veniva chiamato Mainou. Mio padre. Poi c’era la macchina da scrivere. Una Mercedes Prima nera scintillante su un basamento di legno. Mio padre viaggiava molto e ogni volta se ne tornava carico di bellissime storie che raccontava con malizioso coinvolgimento… Ma la sua più grande avventura cominciava con il suo attraversamento della linea di demarcazione, nascosto in un carretto di fieno.
Questo libro è, allo stesso tempo, una dichiarazione di amore filiale, un romanzo di avventura, una racconto autobiografico e un inno al potere dell’immaginazione.Il protagonista è il piccolo Mainou, abbreviazione di Germain. Un bambino fragile e coraggioso al tempo stesso, con un viso pieno di lentiggini, gli occhi più verdi dell’erba scozzese. Ha solo nove anni ma la sua giovane età non può difenderlo dal dolore: sua madre è morta da poco e il padre, obbligato a tornare al fronte, non può che affidare il bambino alle cure della nonna materna. Ma nel giugno 1944, nella Francia occupata, anche andare a vivere dalla nonna può essere complicato. Da Montpellier, infatti, Mainou deve arrivare in Lorena e varcare, clandestinamente, la linea di demarcazione. Nascosto in un carro di fieno, abbracciato a una misteriosa scatola e perfettamente immobile, il bambino supera questa prima prova.
Esperienza più complessa, per lui, sarà vivere costantemente nascosto, ricordarsi di non parlare francese e sottomettersi alle tante regole che vigono in epoca di guerra. A cercare di alleviare il peso delle sue giornate sono la nonna (burbera ma amorevole), la zia Louise (decisamente troppo bigotta per il nostro Mainou) e l’adorabile zio Émile, un dandy di campagna affettuoso e un po’ svagato. Tra i tre è lui a capire maggiormente i tormenti e le necessità di questo nipote di soli nove anni e mezzo ma che sembra aver già vissuto tre vite.
Il mondo, al di fuori della fattoria della Nonna, sembra essere in preda alla follia: strani soldati che mangiano caramelle e requisiscono continuamente galline, bombardamenti e strani rumori che provengono dalla soffitta… Mainou deve trovare una strategia efficace per gestire dolore e paura e per convivere con la sempre più forte nostalgia della madre. Tutto parla di lei alla fattoria, impedendogli di distogliere cuore e pensieri da lei. Per questo, il bambino decide di scriverle: una pagina di quaderno ogni giorno. L’unico modo efficace per tenere a bada il suo ‘mal di domande’ e la sua tristezza.
Da quando non ci sei più, ho l’impressione che tutto sia montato al contrario, come se, prima, ogni notte tu avessi lavorato per rimettere il mondo a posto. Ora tocca a me farlo. Non so come funzioni il mondo. Per cominciare, l’Émile dice che devo cercare di far funzionare il mio. “L’unico strumento su cui puoi contare è il tuo cervello! Recupera da sotto la rabbia ciò che resta di gioioso e rieduca la risata”.
Santo consiglio dello zio! Allenare il muscolo della fantasia. Il compito è arduo ma il nostro protagonista è davvero uno straordinario guerriero. Fragile ma indomabile. A fargli compagnia in questa ‘lotta’ è Marlene Dietrich, una piccola cicogna dall’alito di ceci che Mainou alleva con amore. Quando questa partirà per luoghi più caldi, a sostituirla arriverà Jean Gabin, un piccolo (ma rumoroso) riccio….
La storia di Mainou, della sua famiglia e dei suoi animali è raccontata con una delicatezza veramente ragguardevole, degna di un figlio che sa di assomigliare (per svariati motivi) al padre e lo comprende profondamente.
Potete leggere questo libro come fosse una poesia, una favola o il copione di un film (magari animato) ma, mi raccomando, leggetelo!
Mathias Malzieu, Il guerriero di porcellana, Feltrinelli, Milano 2023