Oggi andiamo a fare fotografie e a giocare con l’acqua. Tutti al ninfeo di Villa Litta a Lainate!
Stasera fa veramente caldo, persino pensare costa fatica. Ma è proprio questo clima poco piacevole che mi ha fatto pensare a una meta perfetta per un’occasione simile. Le vacanze si avvicinano, ma che fare se mare e montagna sono ancora lontani? Basta allontanarsi di pochi chilometri da Milano (o da Varese, nel nostro caso) per arrivare a Villa Litta a Lainate.

Il complesso è sostanzialmente il cuore del paese di Lainate, anche se il segreto della bellezza della nostra meta è ben celato dietro a un apparentemente anonimo muro di cinta.
Storia della villa
Il nucleo della villa risale al 1585: Pirro I Visconti Borromeo, ispirandosi alle ville della Toscana medicea, decide di trasformare il possedimento lainatese in un vero e proprio luogo di delizie, dove coltivare l’arte e godere della pace della campagna. Il nostro Pirro, difatti, è un vero e proprio mecenate della sua epoca. Milanese d’origine, è un grande amante del buon vivere e della cultura. È anche membro della cosiddetta Accademia dei Facchini della Val di Blenio e patrocina molti importanti artisti dell’epoca. Non stupisce, dunque, che per realizzare la maestosa villa di Lainate e il suo meraviglioso ninfeo, Pirro ingaggi alcuni degli architetti e dei pittori più noti dell’epoca.
Il palazzo è, senza dubbio, imponente (per quanto austero e tipicamente lombardo), ma il vero cuore del progetto è il giardino. Il punto culminante deve essere il ninfeo. Di che cosa si tratta? Di un “edificio di frescura” (quella di cui avrei molto bisogno in questo momento!). Il suggestivo complesso architettonico è costituito da una successione di ambienti decorati a mosaico, di grotte artificiali e di giochi d’acqua. Originariamente nasce per accogliere anche la cospicua collezione museale del conte.
Non è solo Pirro a fare della villa un luogo incantevole: nella prima metà del ‘700, Giulio Visconti Borromeo Arese, ultimo erede della famiglia, costruisce il Palazzo Occidentale, il “Quarto Nuovo”. Intorno alla metà dello stesso secolo la proprietà passa in eredità al marchese Antonio Litta, che si dedica con fervore al rinnovamento del giardino secondo i canoni estetici tardo settecenteschi in auge nelle residenze di villeggiatura delle nobili casate milanesi, inaugurando così un ulteriore periodo di splendore dell’intero complesso. Il risultato, in effetti, è spettacolare. Basta entrare in questo parco per capire che tutto è stato orchestrato perfettamente: prospettive, scenografie… Tutto è sapientemente pensato per costruire una perfetta scena teatrale.

Purtroppo la seconda guerra mondiale marca la decadenza di Villa Litta: dopo aver ospitato Stendhal, Ugo Foscolo, Vittorio Emanuele II di Savoia e tanti altri, la proprietà sembra destinata all’abbandono. Fortunatamente, il comune di Lainate, grazie a investimenti pubblici e privati, è riuscito a riportarla all’antico splendore, tanto che, nel 2016, il parco è stato premiato tra i migliori parchi pubblici d’Italia.
Varcando il portone…
È ora di esplorare seriamente… Superato il massiccio portone d’ingresso, entriamo nel Cortile d’Onore, circondato per quattro lati da fabbricati di diverse altezze. Sul lato sinistro si staglia l’imponente edificio in mattoni a vista voluto duca Giulio Pompeo Visconti Arese nel XVII secolo. Dei restanti tre corpi, quello settentrionale corrisponde alla parte più antica della villa. Si tratta della cosiddetta Riposteria, la parte cinquecentesca del palazzo. Ci sarebbero diverse sale da ammirare anche qui, ma la nostra meta è il giardino!
Il parco e il ninfeo
Il parco di Villa Litta si estende dietro gli edifici per circa tre ettari. Inizialmente suddiviso per ricavarne orti, giardini ed agrumeti, oggi è un vero e proprio parco comunale. Ci addentriamo nel “teatro di verzura”, voluto da Pirro I: un teatro naturale realizzato con tassi a piramide tronca e destinato a rappresentazioni musicali e teatrali. In effetti, anche in questa calda serata estiva, c’è una compagnia di attori che prova il prossimo spettacolo.
Non ci possiamo soffermare troppo a guardarli. Il ninfeo ci attende. E noi siamo ansiose di vedere uno dei luoghi di delizie più sorprendenti e raffinati della cultura rinascimentale in Lombardia. Progettato da Martino Bassi e realizzato tra il 1585 e il 1589, rispecchia – nell’ideale sintesi tra natura e cultura – i raffinati gusti estetici di Pirro I. L’edificio è pensato per suscitare meraviglia e… ci riesce perfettamente! Oggi come allora.
Ad accoglierci è un vero tripudio di statue, mosaici, grottesche e di altre opere che rimandano alla classicità romana. Non so decidermi… da che cosa inizio a fotografare? Mentre decido, ecco che il ninfeo si anima! Le fontane e i giochi idraulici si attivano. Finalmente un po’ di frescura (ed anche qualche schizzo d’acqua). Qualcuno ‘difende’ il cellulare e la macchina fotografica ma nessuno si lamenta. Nell’atrio dei Quattro Venti, finalmente, la temperatura è perfetta.
L’edificio è perfettamente simmetrico anche se la varietà degli ambienti che incontriamo quasi ci disorienta: grotte popolate di statue che raccontano un mondo fantastico, sale decorate con misteriosi intrecci di figure geometriche, floreali e antropomorfe, ambienti – come il Cortile delle Piogge – che sorprendono gli ospiti con i giochi d’acqua…

Chissà se un luogo tanto gioioso e scanzonato sarebbe piaciuto anche al rigoroso San Carlo Borromeo, parente del nostro Pirro! Forse no. Eppure, il nostro committente, in qualità di fiduciario della Fabbrica del Duomo, ha chiamato a Villa Litta molti degli artisti apprezzati dal santo. Milano sapeva davvero essere un misto straordinario di sacro e profano.
La Vegia tuntona
Prima di andare, vi voglia presentare un’ultima protagonista del ninfeo. Al centro dell’emiciclo, cuore dell’edificio, troviamo una statua di Venere al bagno che costituisce una delle sculture più note e pregevoli dell’intera collezione. Quella che si vede oggi, in realtà, è una copia. L’originale (conservato nel museo della villa) risale al 1589 ed è opera di Giulio Cesare Procaccini. Questa scultura di Venere è divenuta però particolarmente popolare nella cultura locale grazie all’appellativo di Vegia tuntona (“Vecchia tentatrice”) affibbiatole dai lainatesi nei secoli.
Secondo la tradizione, infatti, gli abitanti che non potevano accedere al parco della villa, erano soliti arrampicarsi appositamente sul muro esterno del Ninfeo per guardare all’interno dell’unica finestra aperta sulla città. Dalla finestra, in controluce, si poteva scorgere la sagoma sinuosa della dea mentre veniva bagnata dagli spruzzi d’acqua. Appariva come un’irresistibile tentatrice, immobile e irraggiungibile.
La nostra visita, ormai, è giunta al termine. Sta arrivando anche il buio. Il ninfeo sta cambiando ancora, regalandoci ancora un po’ di magia (e di frescura). Peccato sia venuto il momento di andare.
P.S. ho ancora un gran caldo… quasi quasi una delle prossime sere torno a Lainate!


