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Radio Sarajevo

  • 4 Novembre 2025
  • Francesca
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Radio Sarajevo non è un testo facile. Ma racconta la guerra come pochi altri. Ci ricorda che la guerra, in Europa, non è affatto scomparsa dopo la seconda guerra mondiale.

Tutto ciò che avete letto è vero, è realmente accaduto… In Bosnia, la generazione dei miei genitori è definita degli “sradicati” o degli “strappati”. Alla mia generazione non sono stati dati soprannomi, noi siamo i dimenticati. Ho scritto questo libro anche perché non si dimentichi.

Amazon Radio SarajevoChe cosa succede quando la guerra irrompe all’improvviso nella vita di un ragazzino di 11 anni? Tutto cambia, inesorabilmente. Persino ascoltare David Bowie alla radio diventa un gesto non scontato. Ed è esattamente ciò che accade al piccolo Tijan, voce narrante e protagonista di questo racconto.

Quando le prime bombe colpiscono i quartieri di Sarajevo, il bambino, con tutta la famiglia, si precipita in cantina in cerca di riparo. Lo shock iniziale è enorme. Bombe, esplosioni, i negozi che chiudono e le dispense vuote… Nessuno è preparato a ciò che sta avvenendo. Né i bambini né gli adulti. Inizialmente, collaborare e proteggersi a vicenda sembra la soluzione giusta ma bastano poche settimane perché i più diventino indifferenti alla sofferenza altrui ma esperti nel distinguere il calibro delle pallottole dalla violenza dello scoppio.

Andò avanti così per i primi due o tre mesi di guerra, fino a quando subentrò l’abitudine e smisi di piangere, per i quindici anni successivi… È vero, infatti, che l’essere umano si abitua a qualsiasi strazio. Ma è anche vero che è uno strazio disabituarsi.

Una domanda ossessiona Tijan: come si può spiegare la guerra in Bosnia? Molte sono le risposte possibili ma ce n’è una sola che sembra descrivere la realtà: tutti combattevano contro tutti.

Che sarebbe andata così, lo si era capito subito. Già mesi prima dell’effettivo scoppio della guerra, a Sarajevo si erano verificati ripetuti episodi di violenza, dopo partite di calcio, dopo concerti, dopo matrimoni, persino dopo la consegna dei diplomi di una qualche scuola professionale. Radio Sarajevo riferiva ogni giorno nuovi incidenti. Di notte, milizie in divise fai da te pattugliavano le strade per conto delle rispettive etnie. Quando si scontravano per strada risuonavano spari. Da bambino me ne accorgevo, ovviamente, ma non ci capivo nulla.

Tijan, con la sua innocenza, ci porta alla scoperta del suo mondo: il complesso di palazzoni a sei piani in cui vive, il quartiere, la scuola… Più il racconto procede, più il nostro protagonista prende coscienza della violenza che abita la società bosniaca e ce la racconta con estrema (ed inquietante) naturalezza. Tutta colpa della guerra? In realtà, no. Come fratello maggiore è obbligato a prendersi cura del fratellino di tre anni. Poco importa che lui se ne senta capace oppure no.

I genitori, entrambi docenti universitari, non hanno tempo e pazienza per occuparsi veramente di loro. Entrambi sono perennemente in lotta per trovare il loro posto nel mondo. Il padre, professore di biblioteconomia, timido e apprensivo, sembra sempre cercare un modo per compiacere il prossimo. Imbelle con gli adulti, è spesso (inspiegabilmente) violento con il figlio. Quasi fosse il suo unico modo di farsi valere. La madre di Tijan, al contrario, è altera, sprezzante. Interessata solo al benessere dei figli e alla propria carriera accademica come germanista. Sembra godere dell’antipatia che suscita nei vicini di casa e non perde occasione di esprimere con violenza le sue opinioni. Abituata a vivere in una società comunista e bosniaco-ottomana che vuole le donne sottomesse e in disparte, la sua frase preferita è: “taci. Io ho studiato e tu no. Non hai proprio niente da insegnarmi”.

Gli amici Rafik e Sead sono la salvezza di Tijan. È con loro che impara ad affrontare la vita e le difficoltà della guerra. Mentre i genitori si dimostrano sempre più inadatti alla sopravvivenza, i ragazzi scoprono il mercato nero, affrontano saccheggiatori e scambiano riviste pornografiche per avere dolciumi. Diventare grandi a Sarajevo è una sfida ma anche un’avventura ai margini della legalità. E avere degli amici che ti proteggano è una necessità. Anche Emir, il padre di Tijan, lo sa e si affida spesso a Muhammad, compagno di infanzia, uomo pratico e spregiudicato ma di buon cuore. È l’unico adulto attento anche ai bisogni di bambino del nostro protagonista. L’unico che gli dimostra affetto, a suo modo. La sua assenza durante il primo lungo e freddissimo inverno di guerra a Sarajevo sarà uno degli incentivi che porterà la famiglia Sila a scegliere di partire per la Germania.

Lasciare la Bosnia sarà uno strappo doloroso, molto più del previsto. Purtroppo i genitori di Tijan porteranno con loro la guerra che, anche a distanza, li consumerà inesorabilmente. D’altra parte, vivere significa anche sopravvivere agli orrori e loro si dimostreranno, ancora una volta, disarmati di fronte alla vita.

Un consiglio, prima di lasciarvi alla lettura. Non affrontate questo testo a cuor leggero: il carico emotivo di ogni pagina potrebbe schiacciarvi. Ma, vi prego, fate uno sforzo e cimentatevi in questa impresa: questo libro racconta la guerra come pochi altri. Non la affronta tanto descrivendola o narrandone gli orrori materiali ma mettendo in luce, con una forza straordinaria, i danni psicologici e le ferite invisibili che lascia nel cuore e nella mente di chi è costretto ad attraversarla.

Leggete Radio Sarajevo soprattutto per ricordare che la guerra, in Europa, non è affatto scomparsa dopo la seconda guerra mondiale. Leggete per ricordare.

Tijan Sila, Radio Sarajevo, Voland, Roma 2025

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Francesca

Viaggiatrice provetta e curiosa, laureata in filosofia è innamorata di Parigi e della Francia. Appassionata di lettura, arte, teatro e molto altro…

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