Chiunque sia stato almeno una volta a visitare il bellissimo eremo di Santa Caterina del Sasso, sul lago Maggiore, non può non essersi chiesto perché mai lo abbiano costruito in una simile posizione, sotto una rupe tanto incombente! Adesso ve lo racconto…
Il lago in tempesta
Un turbine di vento sibila paurosamente e stronca all’improvviso l’albero della vela che si abbatte nell’acqua con fragore e scompare tra i flutti. La barca ha già perso il timone e i due barcaioli hanno solo i remi e la forza di volontà per mantenere la rotta. L’aria è tetra, scura, i nuvoloni neri si addensano sempre più minacciosi: l’orizzonte si riempie di lampi, le montagne rimandano il cupo brontolare del tuono. Le acque del lago sono sempre più plumbee e spaventose.
Seduto a poppa, sulla barca che affronta i flutti, c’è un nobile: Messer Alberto de’ Besozzi. L’uomo é angosciato, scruta il buio, alla ricerca della sponda più vicina. Si tiene saldamente aggrappato al bordo della barca con una mano, con l’altra stringe una borsa piena d’oro, nel frattempo maledice il diavolo e il destino che lo hanno messo in quella situazione. La sua giornata era decisamente cominciata bene: i suoi sgherri erano riusciti facilmente a derubare il vecchio Ridolfi di Lesa. Non avevano neppure dovuto torturarlo troppo… Certo, se si fosse arreso senza far polemica, non sarebbe morto! Messer Alberto non ama essere feroce e sanguinario, ma quando serve… L’importante, ora, è tornare sano e salvo ad Arolo.

A un colpo di vento più forte degli altri, l’imbarcazione ruota su se stessa e poi si rovescia su un fianco. Solo uno dei barcaioli si salva ma, invece che remare con più foga, si inginocchia e comincia a pregare. E Messer Alberto? Vorrebbe gridare contro il marinaio, ordinargli di portarlo in fretta a terra ma la paura lo paralizza. La borsa piena d’oro sembra zavorrarlo pesantemente al sedile. La barca sbanda, si piega…
Ad un tratto, a breve distanza dalla prua, Alberto vede la mole scura e incombente di una gigantesca rupe a strapiombo sulle acque. È il promontorio del sasso Ballaro. La morte ora è certa! L’uomo finalmente si muove: con un balzo afferra i remi e comincia a vogare con tutte le sue forze. La borsa gli sfugge di mano e si rovescia: le monete si sono sparpagliate sul fondo dell’imbarcazione. I fulmini le illuminano e Alberto non può che chiedersi a che cosa gli servirà mai tutto quell’oro se è destinato a morire annegato nel lago…
La rupe è sempre più vicina e minacciosa, ad un certo punto, un urlo, una voce terribile… Messer Alberto è terrorizzato: di chi si tratta? Del vecchio Ridolfi? Dell’inferno? L’urto arriva, lo schianto è terribile. La barca si sfascia, Alberto è in acqua, aggrappato ad una tavola. Le onde lo sbattono contro la riva… una, due, tre volte. Uno scoglio! Il nobile è a riva, salvo!
L’eremita del Sasso Ballaro
Sette giorni dopo, Alberto è ad Arolo: lo aspetta una nuova traversata del lago. Molto diversa dalla precedente. Dopo aver salutato per l’ultima volta la moglie, l’uomo si imbarca. Vestito di una rozza tonaca da frate, porta con sé solo un vaso di creta, un piccolo cesto e una fune. L’intero paese, che lo ha sempre temuto, si inginocchia al suo passaggio. Destinazione: il sasso Ballaro.
La rupe si erge maestosa ed imponente sul lago. L’acqua qui è di un verde cupo anche se oggi è calma e senza un’increspatura. Alberto ha ancora negli occhi la tempesta, le urla dei marinai… vorrebbe tornare indietro, scappare. Ma non deve. La barca si arresta proprio nel punto del naufragio. L’uomo sbarca e si inginocchia. Prega. Mentre i marinai lo guardano allibiti, l’uomo comincia a inerpicarsi lungo la parete, aggrappandosi a sterpi e cespugli. Con fatica trova un piccolo ripiano erboso e una grotta. È bassa, umida e angusta, ha una bocca rivolta verso il monte; solamente dal fondo filtra un po’ di luce attraverso una spaccatura aperta sulle acque. Da qui potrà calare la fune con il cestello per elemosinare un po’ di cibo ai naviganti.
La penitenza e la preghiera sono, inizialmente, le uniche occupazioni di Alberto. L’espiazione è terribile e dolorosa. I lamenti dell’anacoreta echeggiano selvaggi per le rupi, spaventando uomini e animali. Il diavolo lo tenta, persino la morte lo attrae…. eppure l’eremita resiste. Il primo inverno è passato. Il cielo è azzurro e splendente, le vette delle Alpi scintillano in lontananza, un soffio di brezza primaverile entra fino nelle gelide profondità della caverna dove Alberto attende, paziente, l’avvento delle tenebre eterne.
Eppure, il richiamo della natura che si risveglia, lo costringe a tentare di uscire. L’impresa è difficile e dolorosa ma, infine, coronata dal successo. C’è ancora vita. Ci sono anche luce e bellezza. Il suo eremo splende come un giardino fiorito: muschi, edere, qualche pianta. Il ripiano è costellato di primule e pervinche. Che Dio gli abbia concesso il perdono? E gli conceda di sperare nuovamente? Prima che l’eremita possa darsi una risposta, il diavolo lo tenta nuovamente: Alberto si sporge per osservare il lago sottostante, la luce riflessa sulle rocce è talmente dorata… Oro! Dove sono il suo palazzo, i suoi forzieri, tutte le sue ricchezze? Alberto si sporge sempre più: sotto di lui si forma un gorgo, un abisso pronto ad accoglierlo. L’eremita si riprende e, tremando, torna in sè.
L’eremo di Santa Caterina, infine
Il lago è grigio, silenzioso, come fosse morente. La peste è passata sul Verbano. Molti sono fuggiti in cerca di luoghi sicuri, lontani dal contagio. Le case cadono in rovina. È l’anno di sciagura 1195. Sulla rupe del sasso Ballaro, l’eremita è in piedi, a capo chino, lo sguardo tristemente perduto sulle acque. Sono passati venticinque anni da quando si è ritirato qui in solitudine, dimenticato da tutti. Solo durante la pestilenza, gli uomini si erano ricordati di lui ed erano venuti a invocare il suo aiuto. Ai loro pianti angosciati, Alberto, commosso dalle loro disperazione, ha deciso di pregare con ancora maggiore intensità. Dopo otto giorni di raccoglimento, Dio gli ordina di costruire una piccola chiesa sulla rupe, che ricordi la grandezza del sepolcro di Santa Caterina sul monte Sinai. Solo così la peste potrà terminare.
Ma come individuare luogo e misura esatti? Grazie ad un miracolo: un quadrato di sangue vermiglio comparso sulla roccia. Da tutti i paesi della costa, Alberto ora vede arrivare imbarcazioni e navicelle. Vengono da Pallanza, da Intra, da Stresa e persino da Laveno! L’eremita sa, finalmente, di aver compiuto il suo destino e il suo dovere. I suoi fratelli si salveranno dalla peste. Una sola cosa lo rattrista: la consapevolezza di non poter vedere la chiesetta che sorgerà sul sasso Ballaro. Chiudendo gli occhi, però, la immagina: un piccolo campanile in pietra, rustico, sospeso sull’abisso e una chiesetta aggrappata alla roccia…ma anche, poco più in là, un piccolo convento con un orticello verdeggiante. Logge aperte sulle acque e pareti affrescate: un piccolo paradiso affacciato sull’acqua e una piccola comunità di monaci…

L’eremo di Santa Caterina, infine