Scommetto che tutti o quasi conoscete Il piccolo principe, la sua rosa e la volpe ma forse non conoscete questo bellissimo testo di Antoine de Saint-Exupéry, dedicato alle sue prime esperienze di volo…
La terra c’insegna su di noi molto di più di quanto facciano tutti i libri. Perché ci resiste. L’uomo scopre se stesso allorché si misura con l’ostacolo. Ma per riuscirci gli serve uno strumento. Gli serve una pialla, oppure un aratro. Il contadino, quando ara, strappa a poco a poco qualche segreto alla natura, e la verità che trae è universale. Allo stesso modo l’aeroplano, lo strumento delle linee aeree, trascina l’uomo in tutti i vecchi problemi. Davanti agli occhi, ho sempre l’immagine della mia prima notte di volo in Argentina, una notte buia dove scintillavano, come stelle, soltanto le rare luci sparse nella pianura. Ognuna segnalava, in quell’oceano di tenebre, il miracolo di una coscienza. In quel focolare, qualcuno leggeva, rifletteva, continuava a fare confidenze. In quell’altro, forse, qualcuno cercava di sondare lo spazio, si sfibrava in calcoli sulla nebulosa di Andromeda.
Non lo trovate un incipit meraviglioso? Io sì. Per di più, l’idea dell’aeroplano come strumento per penetrare i segreti dell’universo mi affascina enormemente. Da dove nasce?
Semplice. Antoine de Saint-Exupéry, in questo testo del 1939, racconta i suoi primi voli, quelli necessari a fare l’esperienza fondamentale per poter pilotare gli aerei dell’Aéropostale (“la futura Air France“) che collegavano Tolosa a Dakar. Il tirocinio è lo stesso per tutti: prove, brevi voli, lezioni di meteorologia e il “timore dei monti di Spagna che ancora non conoscevamo“.

Il giovane pilota vive ogni volo come una nuova avventura, una prova di coraggio. La sua ammirazione per i piloti più anziani è sconfinata. Inizialmente ne ama solo il coraggio ma presto arriva a comprendere che la loro esperienza e la loro saggezza sono molto più vaste di quanto si possa immaginare. Il loro stesso sguardo sul mondo è differente. La loro geografia non è quella anonima delle carte ma quella del proprio personale viaggio di scoperta.
A poco a poco, la Spagna della mia mappa, diventava, sotto la lampada, un paese fiabesco. Segnavo con una crocetta i rifugi e i trabocchetti. Segnavo quel fattore, quei trenta arieti, quel ruscello. Collocavo al suo posto preciso quella pastorella trascurata dai geografi.
È questo il tipo di segreti che è necessario carpire loro! Un giorno, finalmente, arriva anche per Saint-Exupéry l’ordine dal direttore: “Partirà domani“. L’euforia si mescola all’ansia ma serve ancora qualche dritta dal veterano Guillaumet che può istruire su tutto quello che le carte e il tirocinio non insegnano.
Non mi lamento più delle raffiche di pioggia. La magia del mestiere mi apre un mondo in cui, entro due ore, affronterò i draghi neri e le cime coronate da una chioma di lampi blu, un mondo in cui, libero quando calerà la notte, leggerò negli astri il mio cammino.
Guillaumet è uno dei compagni fraterni di Saint-Exupéry. La sua miracolosa sopravvivenza, tra le gelide nevi delle Ande, dopo essere precipitato, è un racconto spettacolare e commovente. Un’esperienza estrema da cui lo scrittore impara tutto quello che gli tornerà utile quando, diversi anni più tardi, anche lui dovrà affrontarne una simile nel deserto libico insieme al suo meccanico Prévot. I due si ritrovano sani e salvi tra le dune infinite di un inferno apparentemente senza confine. Non hanno acqua, non hanno cibo e sanno che difficilmente qualcuno verrà a cercarli.
Il racconto di avventura, il fascino selvaggio del deserto e il romanzo di formazione si mescolano alla riflessione più profonda. Il pilota, l’uomo, lo scrittore e il sopravvissuto si concentrano nello stesso striminzito spazio, generando pagine di grandiosa intensità e di enorme bellezza.
Questo non è solo un libro di viaggio. E non è solo un libro d’avventura. Non è neppure unicamente un romanzo o una biografia o un diario. É tutte queste cose e anche di più. Qui sta la sua forza: non è libro fatto di un’unica sostanza. Della favola de Il piccolo principe, comunque, si riconoscono gli embrioni. I percorsi della vita, le difficoltà e le passioni hanno condotto questo pilota/scrittore a dare una sua versione del mondo e degli uomini.
Ancora una volta, ho sfiorato una verità che non ho capito. Mi sono creduto perso , ho creduto di toccare il fondo della disperazione e, dopo aver accettato la rinuncia, ho conosciuto la pace.
Gli insegnamenti ricevuti dal suo aeroplano gli hanno permesso di approdare ad una visione solidale e aperta verso gli altri esseri umani. Nelle sue parole c’è sempre curiosità verso coloro che incontra sul suo cammino. Non c’è mai ostilità, pregiudizio o arroganza. Anzi.
La comprensione, d’altra parte, implica la conoscenza e non c’è conoscenza se si mantengono posizioni di chiusura ed ottusa resistenza.
Per capire l’uomo e i suoi bisogni, per conoscerlo in quello che ha di essenziale, non bisogna contrapporre le une alle altre le certezze delle vostre verità.
Il senso dell’umanità, dunque, risiede nella ricerca di ciò che ci avvicina all’altro, al compagno ma anche all’uomo incontrato per caso in una sperduta oasi nel deserto.
Legati ai nostri fratelli da uno scopo comune e posto fuori di noi, soltanto allora respiriamo, e l’esperienza ci mostra che amare non è guardarci l’un l’altro ma guardare insieme nella stessa direzione.
Vi ho incuriositi e ora volete leggere Terra degli uomini? Me lo auguro e mi permetto, in chiusura di recensione, di consigliarvi proprio questa recente edizione de L’ippocampo. L’ottima traduzione, infatti, è accompagnata dalle meravigliose illustrazioni di Riad Sattouf che colgono in modo perfetto lo spirito di queste pagine. Sarebbe un delitto lasciarsela scappare.
P.S. Ho appena scoperto che persino Jovanotti ha dedicato una canzone a questo testo! Vado a cercarla…
Antoine de Saint-Exupéry, Terra degli uomini, L’ippocampo, Milano, 2026