L’estate sta arrivando e voi avete voglia di una gita, ma non avete tempo di andare troppo lontano? Potreste andare a visitare l’abbazia di Chiaravalle, appena fuori Milano…
Chiacchierando con un caro amico, qualche giorno fa, ho ripensato a una piacevolissima gita di giornata fatta tempo fa all’abbazia di Chiaravalle. Mi sono resa subito conto di non avervene parlato e ho subito pensato di rimediare! Quindi, partiamo… Oggi andiamo in campagna! Per meglio dire, andiamo in direzione del Parco agricolo Sud Milano a riscoprire un luogo di antica operosità e bellezza.
L’abbazia di Chiaravalle, conosciuta anche come Santa Maria di Roveniano, è un complesso monastico cistercense, situato tra il quartiere Vigentino e il quartiere di Rogoredo. Quando nel XII secolo Bernardo di Chiaravalle e i suoi seguaci fondano questo luogo, come filiazione dell’abbazia di Clairvaux, la città è una realtà lontana. E, per quanto questo possa sembrarvi impossibile, qui Milano ancora oggi sembra lontanissima…

Dalla fondazione al XVII secolo
È il 1135 quando un gruppo di monaci arriva qui. La campagna è da bonificare, ci sono molte opere idrauliche da realizzare ma i monaci sono grandi lavoratori e presto il luogo diventa fondamentale per lo sviluppo economico della bassa milanese. Un vero e proprio luogo di preghiera, di incontro e di lavoro. Tra il 1150 e il 1160, cominciano i lavori di costruzione dell’attuale chiesa. I lavori dureranno a lungo. Nel frattempo, per di più, l’abbazia deve affrontare dure prove e difficoltà tra cui la devastazione della vicina Milano da parte di Federico Barbarossa. Qui, però, non ci si arrende facilmente: il lavoro nei campi non consente pause!
Tradizione vuole che questo sia persino il luogo di nascita del Grana Padano. Si racconta che proprio fra le antiche mura dell’abbazia di Chiaravalle, attorno all’anno Mille, i monaci cistercensi misero a punto la ricetta del Grana, come espediente per conservare l’eccedenza di latte. Infatti, con l’opera di bonifica compiuta dai monaci cistercensi e il conseguente diffondersi dell’allevamento del bestiame, divenne prioritario trovare una soluzione per non sprecare la ricca disponibilità di latte fresco, alimento cruciale nella dieta medievale.

I monaci trovarono così un’efficace modalità di conservazione: cuocere il latte in apposite caldaie, aggiungervi il caglio e sottoporlo a salatura e stagionatura. Il nome che gli fu dato inizialmente “caseus vetus”, in latino “formaggio vecchio o invecchiato” per distinguerlo dai formaggi a pasta molle, venne presto sostituito dal popolo con il termine “grana”, considerando le peculiarità della sua pasta granulosa.
La fama del Grana Padano si diffuse presto tra le corti rinascimentali come ingrediente pregiato nell’elaborata cucina nobiliare, ma anche nelle campagne come principale alimento di sostentamento durante i tempi di carestia. Che il grana sia nato qui o in un’abbazia omonima dalle parti di Piacenza, il 2 maggio 1221, il vescovo di Milano, Enrico I da Settala, consacra finalmente la chiesa.
Durante il XII secolo, i lavori proseguono nella realizzazione del primo chiostro. La comunità si ingrandisce e così l’abbazia. A riprova del fermento culturale e spirituale di questo luogo, qui nel 1260 giunge un interessante e poco conosciuto personaggio: Guglielma da Milano, una mistica, all’epoca riferimento per laici e religiosi. Guglielma giunse qui accompagnata da un figlio e divenne un’oblata (cioè una laica che alloggiava in un luogo di chiesa). Presto la sua fama di guaritrice la rese famosa tanto da dare vita a un movimento religioso, quello dei Guglielmiti, a cui presero parte molte donne e qualche membro dell’aristocrazia milanese.

Dopo la sua morte, nel 1281, venne sepolta nel cimitero dell’abbazia. I monaci di Chiaravalle la proposero per la canonizzazione. La cappella che ne ospitava le spoglie divenne luogo di culto, frequentato da seguaci e devoti. Circa venti anno dopo, l’Inquisizione venne a conoscenza del culto che si stava formando attorno alla “santa” Guglielma. Nel 1300, due inquisitori instituirono un vero e proprio processo per eresia nei confronti delle devote e dei devoti della “santa”. Il processo si concluderà con una serie di condanne e con la distruzione della memoria di Guglielma.

L’abbazia, comunque, continua a rimanere luogo operoso e noto: agli inizi del XIV secolo, si contano ben ottanta religiosi. Per darvi un’idea dell’importanza di questo luogo, pensate che nel 1465, l’abbazia venne affidata alle cure di Ascanio Maria Sforza Visconti, fratello di Ludovico il Moro!
Nel 1477 il monastero diviene formalmente un’abbazia cistercense. Nel 1490, Bramante e Giovanni Antonio Amadeo cominciano a costruire il Chiostro Grande e il capitolo. Bernardino Luini, I Fiammenghini… molti sono gli artisti qui chiamati a lavorare.
Dal XVIII secolo a oggi
La storia dell’abbazia di Chiaravalle prosegue tranquilla fino alle riforme settecentesche di Maria Teresa d’Asburgo che la trasformano in parrocchia del paese vicino. Il vero cambiamento, però, ha luogo nel 1798: con la nascita della Repubblica Cisalpina. I monaci vengono scacciati e i beni dell’abbazia venduti. Il monastero sembra destinato a sparire irrimediabilmente. Nel 1861, per far spazio alla linea ferroviaria Milano-Pavia-Genova, viene persino abbattuto il chiostro grande del Bramante! Un vero delitto.
È solo nel 1893 che l’Ufficio per la Conservazione dei Monumenti compra l’abbazia dai privati che allora la abitavano e incomincia il restauro del complesso. Nel 1926 viene ripristinata la facciata originaria. Dopo la seconda guerra mondiale, persino il meraviglioso Coro ligneo ritrova la sua originaria collocazione (era stato portato alla Certosa di Pavia).
I lavori sono ancora in corso ma dal 1952, i monaci cistercensi sono potuti ritornare alla loro abbazia…
E oggi?
Non fatevi ingannare dal mio racconto, questo non è un luogo solo del passato! Anzi! L’abbazia è ancora oggi un punto nevralgico della zona. I monaci, industriosi come sempre, attirano turisti e residenti. La prima volta che ho visitato Chiaravalle, ad esempio, era una bella domenica d’estate e di festa. Noi non lo sapevamo ma siamo stati accolti e ‘integrati’ nella vita della comunità senza colpo ferire. Buon cibo, compagnia, risate…La ricordo davvero come una bellissima esperienza.
Il monastero accoglie anche coloro che vogliano fare un’esperienza spirituale per brevi soggiorni ma non mancano neppure le visite guidate di chiesa e chiostri o, per i più piccoli e i più curiosi, la possibilità di visitare l’azienda agricola e il bellissimo mulino. Qui tutto parla davvero di fede ma anche di voglia di fare. Di amore per l’uomo e per la terra.
Un paio di cose ancora…
Come avrete già ben compreso, l’abbazia ha una lunga storia da raccontare e molti spunti da offrire. È per questo che mi sento di consigliarvi una delle visite guidate che il monastero propone.

Però, se voleste invece proseguire la vostra visita in solitaria, mi raccomando, andate ad ammirare lo stupendo coro ligneo, intagliata da Carlo Garavaglia tra il 1640 e il 1645. Interamente in noce, è composto da due file disposte parallelamente su due livelli: il primo composto da ventidue stalli per i monaci, il secondo livello, più in basso, da 17 posti. I pannelli intagliati rappresentano episodi della vita di san Bernardo. Ogni figura è diversa dalle altre, caratterizzata in modo mirabile e rifinita in ogni più piccolo particolare, sia per quanto riguarda le persone sia per i dettagli dei paesaggi e dei più semplici elementi di sostegno.
Inoltre, se ne avete occasione, andate ad ammirare la bellissima Madonna della buonanotte, una delle prime opere di Bernardino Luini. Il nome le viene dall’abitudine dei monaci che, risalendo al dormitorio, salutavano la Madonna con l’ultimo Ave Maria della giornata.

Infine, uscendo, alzate lo sguardo e ammirate la bellissima torre nolare. Sulla sua cima è ospitata la più antica campana montata a sistema ambrosiano. I monaci, ancora oggi, la azionano manualmente tramite una corda che pende in mezzo all’incrocio tra il transetto e la navata centrale della chiesa. La campana suona per chiamare a raccolta il capitolo dei monaci per la liturgia delle ore e durante le messe conventuali. In onore di San Bernardo di Chiaravalle, la campana è chiamata Bernarda.
La torre viene chiamata nel dialetto milanese “Ciribiciaccola”, in un’antica filastrocca dialettale se ne parla così:
Sul campanile di Chiaravalle c’è una ciribiciaccola con cinquecentocinquantacinque ciribiciaccolini. Vale di più la ciribiciaccola dei cinquecentocinquantacinque ciribiciaccolini? Quando i cinquecentocinquantacinque ciribiciaccolini vogliono chiacchierare con la ciribiciaccola la ciribiciaccola è pronta a chiacchierare con cinquecentocinquantacinque ciribiciaccolini la ciribicciaccola chiacchiera, i ciribiciaccolini chiacchierano ma la chiacchierata della ciribiciaccola è più lunga di quella dei cinquecentocinquantacinque ciribiciaccolini.
I “ciribiciaccolini” sono forse i frati dell’abbazia o le colonnine lavorate minuziosamente della torre, o ancora i piccoli della cicogna che, in passato, nidificava sulla torre…. A voi la scelta!