Oggi vi porto in uno dei musei più famosi di Parigi: il musée d’Orsay. ‘Casa’ degli impressionisti, è un museo frequentatissimo e pieno di capolavori. L’Angelus, però, nonostante sia un’opera molto nota, rischia di essere trascurato.
L’ultima volta che sono entrata al musée d’Orsay, avevo il difficile compito di far visitare il museo ad un’amica che non ci era mai stata. Impresa non da poco se considerate il numero di opere straordinarie che l’antica stazione ospita. Abbiamo deciso di partire dai piani superiori e dalla collezione degli impressionisti per poi scendere. Dovendo – ahimè – ripartire nel pomeriggio, abbiamo scelto di rimandare la visita ai piani intermedi ma io non potevo far uscire Tatiana senza averle mostrato uno dei miei dipinti del cuore: l’Angelus di Jean-François Millet.
L’Angelus è un quadro che ho dipinto ricordando i tempi in cui lavoravamo nei campi e mia nonna, ogni volta che sentiva il rintocco della campana, ci faceva smettere per recitare l’angelus in memoria dei poveri defunti. (Millet, 1865)
Un’opera quasi autobiografica, dunque! Il soggetto vi è sicuramente notissimo: una coppia di contadini che interrompono il duro lavoro dei campi al suono delle campane e si immergono nella loro devozione serale. Una scena che emana una quieta serenità. I due protagonisti in primo piano calamitano l’attenzione del visitatore ma i più attenti, proprio dietro la contadina immersa nella preghiera, possono scorgere, in secondo piano una chiesa, quella di Chailly-en-Bière.

I due contadini hanno sospeso per un attimo la raccolta delle patate e si sono raccolti silenziosamente in preghiera. Abbandonati gli strumenti di lavoro (la carriola con i sacchi sopra, il rastrello, il cesto pieno di verdure), entrambi sono completamente assorti nell’orazione. Se ne stanno a capo chino, con le mani giunte al petto, come se quelli fossero il luogo e il momento perfetto per pregare.
Mi ha sempre stupita la forza di questa scena: il pennello di Millet ricolma L’Angelus di una solennità grave seppure sommessa, resa con la monumentalità dei due contadini (disegnati con un tratto vigoroso e sintetico), l’immobilità assorta di questi ultimi, l’improvviso splendore del tramonto… Non li avevo mai notati, prima d’ora, ma in alto a destra, c’e uno stormo di uccelli in volo! Sembra davvero una tiepida sera d’estate.
Una perfetta rappresentazione del sacro
Volete sapere perché amo tanto questo dipinto? Per due motivi: mi trasmette una grande serenità ma soprattutto lo trovo capace di raccontare in maniera eccelsa la ‘sacralità del quotidiano’. Impresa non banale, soprattutto se considerate che lo scopo dell’artista non era quello di esaltare un qualsivoglia impulso religioso (Millet non era neanche praticante), bensì di illustrare le fasi ricorrenti della vita agreste. La semplicità contadina, la natura, la vita dura dei campi sono rappresentati con dignità e con una partecipazione rara. La scena potrebbe benissimo essere dipinta en plein air (anche se non lo è).
Osservate i colori caldi, tendenti al bruno: il colore della terra e della vegetazione, senza alcun abbellimento. Il colore del cielo, poi, mi colpisce ogni volta: la luce del tramonto illumina con riflessi arancioni e tenui tutta la scena. La campagna è luogo di bellezza ma anche di fatica. I due protagonisti sembrano al centro dell’azione, eppure sono in controluce. I loro visi sono quasi indistinguibili. E i loro abiti? Pressoché degli stessi colori della terra. È così che i due si fondano con il paesaggio e diventano esseri in completa sintonia fisica e spirituale con la natura che li circonda e li nutre. Nel loro inchinarsi durante la preghiera si coglie un profondo rispetto per la terra che coltivano.
Guardate la tela da vicino: i colori sulla tela sono stesi con pennellate materiche e non sfumate che rendono l’immagine ancora più realistica. Sembra quasi di poter toccare il terreno.
Potrei guardare questo quadro per ore! Mi sembra quasi di sentire i rintocchi delle campane in lontananza. Più lo guardo, più comprendo l’amore (quasi l’ossessione) di Dalì e Van Gogh per quest’opera…

P.S. Daniela, sappi che al Museo Kröller-Müller c’è una delle copie a matita dell’Angelus, dipinte da Vincent…