Passeggiando per Amersfoort, potevo forse perdere l’occasione di visitare la casa di Mondrian? Certo che no…
Conoscete le opere di Piet Mondrian? Io me ne sono definitivamente innamorata qualche anno fa, dopo aver visitato con Francesca un’interessante mostra organizzata al Mudec. Una bellissima retrospettiva, quella di Milano, che raccontava l’artista olendese a tutto tondo, dai paesaggi dipinti in gioventù sino alle ultimi quadri realizzati a New York. Naturale, dunque, che trovandomi ad Amersfoort per motivi di lavoro, mi sia ritagliata un po’ di tempo per andare a visitare la casa di Mondrian. O, per essere più esatta, la sua casa natale.

Il giorno della mia visita non era particolarmente luminoso. Eppure, non appena entrata, sono stata accolta da una luce intensa e ben calibrata. Merito dei lavori di restyling che, nel 2017, hanno consentito alla casa di Mondrian di riaprire con una veste totalmente rinnovata. Prima di allora, esattamente dal 1994, l’edificio era stato aperto al pubblico come biblioteca e centro di documentazione. Non mi è riuscito di trovare molte informazioni a riguardo, ma temo si trattasse di un insieme di stanze con alcuni cimeli e una raccolta di libri riguardanti l’artista e il movimento pittorico De Stijl. Qualcosa di molto specialistico, insomma, probabilmente poco appetibile per un pubblico di semplici appassionati (o curiosi).
Il nuovo allestimento, invece, ha come primo scopo quello di avvicinare chiunque (a partire dai bambini) all’arte di Mondrian. E dunque, anche con una certa dose di coraggio, la casa di Mondrian, e l’attigua scuola elementare, sono state sventrate per lasciar posto alla luce, ai colori e a un percorso molto interessante.
Lo studio di Parigi
Si inizia con un breve video, commentato da musiche molto indovinate, che introduce la vita di Piet Mondrian. Poi, attraversata una sala dove si possono ammirare alcune opere giovanili dell’artista (e di suoi contemporanei), cominciano le sorprese. La prima, davvero ben congegnata, è la ricostruzione dello studio parigino che ospitò il pittore olandese negli anni Venti. Perchè l’ho amata? Non solo perché ci si può entrare e “immergersi” nell’atmosfera in cui Mondrian ha vissuto, non tanto per le proiezioni che fanno apparire il pittore intento a cucinare o seduto sul sofà. Ciò che ho amato è stato il colpo d’occhio iniziale, che suggerisce al visitatore il futuro sviluppo del percorso creativo.
La prima sala dello studio è infatti bianca, essenziale, quasi spoglia. Ma, proprio per questo, evocativa. L’assenza dei colori, che più tardi diventeranno essenziali, sembra essere il preludio. Messi da parte i paesaggi olandesi, chiusa fuori dalla finestra la realtà parigina, il bianco è intervallato dalle figure geometriche delle mensole e dello scarno mobilio. Avendo a disposizione tempere e pennelli, anche al visitatore verrebbe spontaneo colorare un quadrato di giallo e un altro di rosso. E, infatti, lasciato il tinello e saliti pochi gradini si arriva nell’atelier, dove rettangoli e linee rette sono inframmezati dai vibranti colori primari. In qualche modo, la potente astrazione di Mondrian diventa comprensibile e, proprio per questo, fa cadere quei preconcetti che sempre ci accompagnano…
… e il boogie woogie
Le sale successive, ricavate nelle antiche aule scolastiche, mostrano vari cimeli che rimandano al mondo di Mondrian. Oggetti, documenti, foto che, disposti in ordine cronologico, raccontano in breve la vita del pittore. Di particolare interesse è la zona che racconta il breve, ma fondamentale, soggiorno newyorkese. Brevi cenni, che ben spiegano come attraversare l’Atlantico sia stata una cesura definitiva, tanto personale quanto artistica.
Si sale poi una scala che conduce, attraverso una balconata e a uno spazio dedicato alle mostre temporanee, al luogo che mi ha fatto definitivamente decidere che una visita alla casa di Mondrian vale tutti i soldi del biglietto. L’installazione dedicata a Victory Boogie Woogie non si può descrivere. Va vissuta. E, infatti, si tratta di un’opera immersiva: seduti in una sala bianca in penombra, corredata solamente da due teli disposti a formare un cubo, i visitatori assistono alla danza dei colori primari che, sulle note rutilanti del boogie woogie, raccontano tutta la musicalità dell’opera di Mondrian. Avevo già visto qualcosa di simile alla mostra del Mudec, ma questa installazione, complici le dimensioni e la totale immersione che consente, è di gran lunga migliore. Non bisogna essere grandi cultori d’arte; al contrario, una simile esperienza apre la mente (e il cuore) di chiunque abbia voglia di mettersi un pochino in gioco.
L’installazione su Victory Boogie Woogie dura un paio di minuti. E mi è piaciuta talmente tanto che l’ho rivista subito dopo. Alla seconda volta, però, non ero sola. Un gruppo di bambini che stava seguendo un’attività didattica è entrato nella sala. Magia nella magia… perché mentre io, da brava adulta coscienziosa, me ne stavo seduta sulla panca, i bimbi si scatenavano sulle note rincorrendo i fiotti di colore che apparivano qua e là. Non ho faticato ad immaginare Piet Mondrian sorridere soddisfatto…
Prima di uscire
Per uscire dal museo occorre attraversare la sala utilizzata come laboratorio dalle famiglie e dalle scolaresche in visita. Sala che mi è molto piaciuta per il clima di assoluta libertà che si respirava. Purtroppo da noi molto spesso le pur bellissime attività proposte ai giovani visitatori sono pre-impostate, piuttosto rigide e schematiche. Quella domenica mattina, invece, i bambini facevano per quel che sentivano, da soli o con i loro genitori, secondo la modalità che, in quel momento, doveva piacer loro maggiormente.
Peraltro il laboratorio è anche museo, visto il gran numero di oggetti di design (dai vestiti alle penne fino agli orologi) declinati con riquadri colorati. E, a quel punto, se vi venisse voglia di un souvenir, non dovreste far altro che scendere le scale, tornare alla biglietteria e dare un’occhiata al piccolo ma fornitissimo negozio. In realtà c’è anche una caffetteria, ma purtroppo quel mattino era ancora chiusa. Peccato, magari ci avrei trovato un banana bread decorato con glassa a quadretti colorati…

… e il boogie woogie