Con La doppia notte dei tigli, Carlo Levi ci propone uno sguardo sulla Germania della fine degli anni Cinquanta. Una visione interessante, su un’epoca che sembra lontanissima, ma che non smette di riverberarsi sul presente europeo.

Il libro è il resoconto di un viaggio effettuato da Levi nel 1959, epoca oramai abbastanza lontana dagli orrori della Seconda Guerra Mondiale, ma ancora inconsapevole dello sfregio del Muro di Berlino e delle sue amare conseguenze. E’ l’epoca del boom economico, ma anche dei sopravvissuti. L’epoca della ricostruzione e, insieme, delle macerie che tardano ad essere smaltite. E’, così, evidente il senso del titolo, ricavato da un verso del Faust di Goethe: sull’idea di doppio, di moneta a due facce, si dipana tutto il racconto.
Levi parte da Monaco per poi dirigersi, via Dachau, ad Augsburg. E poi, da lì, verso Stoccarda, che sarà la base per le escursioni a Tubinga e a Schwäbisch Hall. A conclusione, Berlino, della quale La doppia notte dei tigli restituisce un ritratto intenso e denso di dettagli interessanti. Berlino è intesa ancora come capitale, sebbene decaduta, come città da girare in lungo e in largo. Ci sono i musei, con l’altare di Pergamo appena restituito dai sovietici e con la sublime Nefertiti, c’è tempo per andare al Berliner Ensamble e al mercatino di Natale, ci sono anche le gite fuori porta, come quella al castello di Tegel. E, soprattutto, ci sono le birrerie, dove incontrare la più varia umanità.
Gli incontri casuali fanno da Leitmotiv al testo, dall’uomo che a Monaco piange la morte violenta della figlia sino alle tre prostitute che cercano di sopravvivere a Berlino Ovest. Ogni racconto apre uno squarcio sulla società di allora, fatta di contraddizioni, non detti, voglia di dimenticare (e impossibilità di farlo). Poche righe riservate a ciascun avventore, più consone al pittore (che Levi è stato) che allo scrittore. Ma sufficienti a restituire un mondo.
Un aspetto del libro che, da viaggiatrice, ho amato è legato ai trasporti. Già l’incipit dedicato all’aeroporto di Ciampino ci racconta quanto il mondo fosse diverso. Al tempo stesso, la naturalezza con cui Levi descrive i suoi trasferimenti è esattamente la stessa che utilizzeremmo oggigiorno. E questo mi ha fatto pensare a come ci crediamo sempre moderni e innovatori, senza esserlo poi veramente: ci muoviamo nell’orizzonte a noi dato, proprio come si faceva un tempo (dalla preistoria in avanti).
Certo, La doppia notte dei tigli potrebbe sembrare un testo oramai datato anche se, conoscendo bene i luoghi, li si individua ancora tutti facilmente. Eppure, come la postfazione di Mattia Acetoso sottolinea, l’Europa contemporanea non è poi dissimile dalla Germania degli anni Cinquanta. Allora come ora ancora stiamo cercando un’identità e la riflessione sul passato potrebbe (dovrebbe?) agevolare uno sguardo più consapevole sul presente.
ognuna delle due parti pare abbia scelto quella che l’altra ha lasciato; questi mondi dimezzati si guardano con occhi torbidi, accettano, come attori, la volontà e lo sguardo di chi li vuole opposti, si confrontano come due campioni di civiltà diverse, senza possibile contatto. Ma sono campioni dello stesso tessuto.
E’ ovvio che Carlo Levi stia descrivendo Berlino. Eppure mi sembrano parole tanto attuali. Varrà forse la pena riconoscersi, anche oggi, come parte dello stesso tessuto e non dar credito a chi vuole gli opposti?
Carlo Levi, La doppia notte dei tigli, Einaudi, Torino, 2024