Pensate che Vienna abbia da offrire solo Sacher, dimore imperiali e concerti di musica classica? Credo che nessuno lo pensi più. E il Museum of Change dimostra quanto la capitale austriaca sia dinamica e proiettata verso il futuro (con uno sguardo al passato).
Soprattutto d’estate, c’è una cosa che adoro fare a Vienna: passeggiare nel centro storico senza una meta precisa. Se il tempo è bello, la luce regala magie. Che siate al cospetto della Karlskirche o nei pressi del Volksgarten, poco cambia: vagare per la capitale austriaca è un lusso impagabile. L’atmosfera tranquilla e quasi sospesa, il chiacchiericcio lontano, il dedalo di stradine che offre sempre scorci nuovi: ogni passeggiata è una scoperta. Come quella che ho fatto lo scorso maggio, esplorando la zona della Dominikarbastei.
Un viavai presso un portone ha attirato la mia attenzione. Non conoscevo quella strada e nemmeno l’dificio (bello sì, ma come tanti altri a Vienna) e quindi mi sono avvicinata pensando ad un evento privato. Volevo giusto “sbirciare” da fuori perché spesso, quando i portoni dei palazzi sono aperti, si possono scoprire piccole meraviglie (o comunque dettagli interessanti). Invece, giunta all’ingresso, ho letto un cartello: MOC – Museum of Change. Potevo lasciarmi sfuggire l’occasione? Ovviamente no!
Nel grande cortile, dove riecheggiava una musica soffusa, c’erano diverse persone:

molte in piedi o sedute sui gradini, altre intente a cenare in un ristorante allestito in uno degli angoli, bambini che giocavano a rincorrersi. L’atmosfera era insolitamente ovattata e ho impiegato qualche istante a capire perché. Il cielo era ancora molto chiaro e dunque non mi sono accorta subito del fatto che sulle facciate interne dell’edificio stavano proiettando delle luci colorate…
Piano piano, complice il calar della sera, tutto si è disvelato: quelle che sembravano solamente luci colorate si sono rivelate essere proiezioni ad altissima definizione di immagini, più o meno facili da individuare. Fiori, dettagli di volti, corpi celesti erano inframmezzati da figure decisamente più astratte, ma non per questo meno suggestive. Le proiezioni scivolavano una nell’altra, senza soluzione di continuità. E, trovato il mio angolino per sedermi, mi sono messa ad osservare…

E’ stato come “mettere in pausa” il mio tempo. Il cortile del Museum of Change mi ha trasportata in un mondo a parte, come se tutta la me stessa arrivata fino alla soglia fosse restata fuori. C’era la curiosità di vedere l’immagine successiva, certo, ma soprattutto c’era la sensazione, strana e bellissima, di totale sospensione. Difficile dire che ora fosse, che cosa sarebbe successo dopo, che cosa avrebbero fatto gli altri avventori. Difficile, soprattutto, ricordarsi di tutte le cose che avrei avuto da fare l’indomani… le immagini fluivano, la musica era quasi una carezza… davvero quell’ora (o poco più) è stata una magia.
Ma che cos’è, esattamente, il Museum of Change? Quale dovrebbe essere il cambiamento? Di fatto, è un modo nuovo di approcciarsi alla storia della città, alla frubilità da parte dei visitatori, al modo di collezionare e mostrare qualcosa. Ma andiamo con ordine.
Il MOC – Museum of Change è stato allestito presso quella che fu la Vecchia Posta di Vienna. Un edificio di dimensioni ragguardevoli, che durante il restauro ha consentito agli archeologi di trovare reperti assai antichi, alcuni risalenti addirittura all’Età del Bronzo. Circa 3000 anni di storia, “dimenticati” negli strati sotto il cortile, hanno dato vita a un’idea nuova ed originale: perché, invece di rinchiudere gli oggetti trovati in un normale spazio espositivo, non trasformare il luogo del ritrovamente in uno spazio aperto, dove si può entrare e uscire a piacimento, cenare, lavorare, ammirare i reperti e anche entrare a far parte di un processo dinamico in continua evoluzione?

Le immagini proiettate, infatti, non sono casuali, ma afferiscono a quattro sfere ben precise, vale a dire l’ambiente che ci circonda, l’essere umano, il macrocosmo (l’infinitamente grande) e la microsfera (l’infinitamente piccolo). Il fluire da un’immagine all’altra è, appunto, passare da un “settore” all’altro, mettendo in gioco i nostri sensi, la nostra sensibilità, i nostri ricordi e le nostre percezioni.

Ideatore del Museum of Change è l’artista austriaco SHA, che da anni ha rivolto la sua ricerca estetica al digitale e all’intelligenza artificiale. La sua idea è portatrice di cambiamento in svariati significati, non solo perché i reperti (alcuni dei quali molto significativi) hanno trovato ciascuno uno spazio appropriato e ben studiato (come raramente accade in un museo più tradizionale) trasformandoli da oggetti di uso quotidiano ad opere d’arte, ma anche perché la fondazione dei Musei di Vienna ha acconsentito di accettare e sostenere un punto di vista affatto nuovo. Il MOC è sì museo esperienziale, come se ne trovano ormai diversi, ma basato su una storia da
raccontare (quella della città attraverso i reperti trovati), calato nella contemporaneità e aperto alla trasformazione. Questo perché l’Antica Posta è diventata uno spazio da vivere e da sperimentare, senza che il suo passato sia stato minimamente intaccato.
E, al di là del museo in sé, c’è un dettaglio che mi ha fatto apprezzare l’idea. Vienna è forse la più vivace delle capitali europee. Nell’immaginario collettivo, è ancora legata al passato asburgico, all’impero e al bel tempo che fu. Immagine che, secondo me, è falsa come poche. E basta pensare alle case di Hundertwasser, al Museumquartier e a tutte le piccole e grandi novità che Vienna sa accogliere per rendersi conto di come la città sia aperta al combiamento (senza per fortuna snatutarsi).
Dettaglio non trascurabile: l’ingresso al Museum of Change è gratuito. Si paga solo l’eventuale guida da scaricare on-line. E anche questo è un cambiamento interessante. Non amo i musei gratuiti a tutti i costi (perché so bene quanto costi gestire uno spazio museale e, perdonatemi, perché credo che un po’ di selezione all’ingresso a volte serva), ma credo che qui la scelta sia estremamente funzionale: questo museo è un invito, e l’invito comporta gratuità (anche a livello ideale).
Se siete a Vienna (o ci andrete), fate un salto al MOC – Museum of Change. Potrebbero bastarvi pochi minuti e potreste decidere di restarci un paio d’ore. La mia visita mi ha ricordato Eraclito, secondo cui è impossibile immergersi due volte nello stesso fiume perché l’acqua non è mai la stessa e nemmeno noi siamo più gli stessi. Ecco, mettete i suoni e il fluire delle immagini al posto dell’acqua. Posso assicurarvi che la sospensione che ho vissuto mi ha dato proprio quell’idea.