Se passate tra le risaie del Vercellese, provate a cercare la cascina Oschiena. Produce ottimo riso e racchiude una storia che merita di essere scoperta.
Oggi vorrei raccontarvi una bella storia (vera). È la storia di Alice e della sua cascina. È la storia di una giovane donna che, dalla città, si è trasferita in campagna e si è messa a coltivare il riso. L’ho conosciuta tre anni fa accompagnando dei clienti nel Vercellese e, con lei, è stato amore a prima vista. Perché di risaie ne avevo visitate già parecchie, ma mai prima ne ero rimasta affascinata. Certo il “mare a quadretti” ha il suo perché, così come la secolare produzione che interessa le province di Novara e Vercelli. Ma solo negli occhi di Alice, nelle sue parole, nel suo entusiasmo, sono riuscita a vedere qualcosa di più.

Alice
La storia di Alice comincia quasi per caso. Suo nonnno Mario, dopo la guerra, aveva acquistato una cascina e le relative risaie, senza farne poi granché. Lei cresce cittadina, a Torino, studia marketing, trova lavoro in un colosso dell’industria dolciaria. In campagna ci va qualche volta giusto per far contenta sua mamma, ma senza nessun entusiasmo.
Finché un giorno proprio sua madre le racconta che la cascina non serve a molto e che forse conviene venderla. E in Alice scatta qualcosa. Come dice lei, il mio stomaco mi diceva che non era la scelta giusta. Quindi decide di mettersi in gioco: in una prima fase prova a occuparsi della campagna solo nei fine settimana, ma ben presto capisce che per le risaie serve dedizione costante. Così rivoluziona la sua vita. Si trasferisce a Crova, si iscrive a una scuola serale per imparare il mestiere, comincia a frequentare i giovani agricoltori della zona per integrarsi, apprendere e conoscere.
Non è stato tutto facile. Alice racconta che i locali hanno cominciato a prenderla sul serio poco a poco, che all’inizio i fornitori chiedevano dove fosse il marito (o almeno un fratello), che i dispetti non sono mancati. E che ha imparato soprattutto dagli errori fatti nel corso del tempo. Dopo 15 anni a cascina Oschiena (questo il nome dell’azienda) il riso cresce rigoglioso, ma questa è solo una parte della storia.Il ritorno alla terra
Perché il ritorno alla terra per la protagonista di questo racconto è stato molto più intenso: ha scelto la sostenibilità e quindi la sua stagione non inizia con l’aratura, come sarebbe logico aspettarsi, ma con la mietitura. Perché d’inverno i campi di Alice vengono seminati con essenze capaci di fissare azoto e altri nutrienti. E poi arriva un pastore di Biella: le sue pecore brucano i campi, concimano naturalmente, smuovono il terreno e lo rendono perfetto per la nuova semina. E poi Alice ha scelto di piantare i semi e non le piantine, di allagare le risaie secondo i calendari di un tempo, di coltivare le varietà classiche (cioè quelle “antiche”), che rendono meno, ma che patiscono meno la siccità, sono più resistenti alle malattie e portano con sé una tradizione lunga secoli.
Basta così? Non direi proprio, Alice è una forza della natura e fra le sue risaie ha lasciato spazio alla natura. Non è un caso che la visita alla cascina non parta con la classica spiegazione di come si coltiva il riso, ma da una passeggiata fino a una cappella. Fino a 15 anni fa, accanto al piccolo edificio c’era un albero. Uno solo. Ora c’è un bosco rigoglioso, che è casa per tantissime specie di uccelli. Vi assicuro che il concerto che regalano è impagabile.

E siccome non era abbastanza, Alice ha destinato un’altra parte delle risaie a quella che lei orgogliosamente chiama “oasi”. Lo ha deciso quando le hanno detto che dietro a cascina Oschiena ancora nidifica una specie in via d’estinzione, la pittima reale. E così ha smesso di coltivare quella zona e ha lasciato che la natura facesse il suo corso. Oggi ci sono uno stagno, arbusti rigogliosi, uccelli di ogni tipo. E, guardando bene, si vedono anche asini e cavalli. Non sono arrivati da soli, ovviamente, ma il contrasto con le torri della centrale nucleare di Trino Vercellese è più che evidente.
Nessuno dei viaggiatori che ho accompagnato ha mai chiesto ad Alice se si sia mai pentita. I suoi racconti e la luce nei suoi occhi fanno trasparire che non è così. I più sfrontati chiedono se almeno le zanzare le danno fastidio, ma lei risponde che ce ne sono poche perché, non usando pesticidi, le rane nuotano nelle risaie e si nutrono proprio degli antipatici insetti. Tutto torna, insomma.
Se passate fra le campagne del Vercellese, vi raccomando caldamente di andare a trovarla (magari contattandola per tempo). Il riso che produce è ottimo e il suo entusiasmo vi farà amare quel lembo di terra che tanti considerano pittoresco solo guardandolo dall’oblò di un aereo.