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friulane ricami
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Friulane: quando riciclare è un’arte

  • 5 Aprile 2021
  • Daniela
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L’ho già scritto altrove: il mio rapporto con la moda è praticamente inesistente. Tutto ciò nonostante possa avvalermi dei consigli di amiche dotate di buon gusto e, soprattutto, dei pareri illuminati della mia adorata Cugina Trendy (scritto rigorosamente maiuscolo). D’altra parte sono curiosa. E così, quando mi ha parlato delle friulane, ho deciso che dovevo saperne di più.

Del Friuli Venezia Giulia conosco luoghi meravigliosi, il prosciutto San Daniele, la produzione di sedie, il mare e i fenomeni carsici. Invero conosco anche altre cose, ma oggi non intendo stilare elenchi. Vorrei, invece, parlarvi di qualcosa che, fino a qualche mese fa, mi era totalmente ignota. Mi riferisco alle calzature più in voga del momento, chiamate friulane (o furlane). Pare che siano uno dei capi di abbigliamento più richiesti, sdoganato da influencer a me sconosciuti e da chi lavora in smart-working (che poi si chiamerebbe work at home, ma tu vallo a spiegare a chi sta ai piani alti). Sta di fatto che, quando me le hanno mostrate, le friulane mi hanno fatto simpatia. Anche solo guardandole si capisce che sono comode. E poi sono colorate. E, soprattutto, hanno una storia! Ed è questo terzo elemento che mi ha convinta a scriverne.

Ma, dunque, che cosa sono le friulane? E da dove vengono? A metà strada fra le pantofole e le ballerine, si tratta delle calzature che le donne del Friuli, utilizzando materiale di scarto o di riciclo, realizzavano a mano per tutta la famiglia. Eh già, perché un tempo erano davvero ecosostenibili e per esserlo non avevano bisogno di tutte le sovrastrutture di cui abbiamo bisogno noi. Noto è il fatto, ad esempio, che per fare le suole le contadine recuperavano i copertoni delle biciclette. Questo a partire dall’Ottocento, perché prima si cucivano diversi strati di stoffa fino ad ottenere una soletta abbastanza robusta. Un lavoro duro, per il quale si impiegava un ago particolare e spago preventivamente incerato o unto.

Per la tomaia, invece, usavano i blecs, ovvero ritagli di stoffa. Parentesi: i più golosi sapranno certamente che fra le specialità gastronomiche del Friuli ci sono appunto i blecs, che non sono altro che maltagliati di farina bianca e di grano saraceno impastati con uova e conditi con burro o con sugo di selvaggina. Quindi non v’è dubbio che di ritagli si tratti. Altro elemento fondamentale: l’imbottitura, più o meno spessa a seconda della stagione, era realizzata un tempo con quanto avanzava dei sacchi di juta. Veniva poi la cucitura, ovviamente fatta a mano. E, mi dicono i bene informati, ancora oggi le friulane autentiche sono in materiale naturale e rigorosamente assemblate a mano. Ultimo dettaglio: i ricami, con i quali ogni donna decorava le proprie scarpe.

Le friulane erano soprattutto le scarpe dei giorni di festa, quelli cioè in cui ci si poteva permettere di non andare nei campi. Calde d’inverno e fresche d’estate, leggere, uniche (perché realizzate con materiale avanzato) si diffusero a Venezia a partire dall’inizio del Novecento. Si dice che i gondolieri cominciarono ad indossarle per lavorare più comodamente. In particolare, la suola di gomma garantiva loro migliore aderenza e, al tempo stesso, minor rischio di graffiare la loro preziosa imbarcazione. Il successo fu tale che le ragazze del vicino Friuli diedero inizio a un autentico commercio: giungevano in laguna con ceste cariche di scarpette da vendere proprio ai veneziani. Non solo gondolieri, pare, ma anche ricchi signori che le apprezzavano in quanto la suola assicurava loro discrezione assoluta quando si trattava di lasciare la dimora dell’amante in tutta fretta. Fu così che le friulane furono chiamate anche veneziane e, col tempo, cominciarono ad essere esposte anche in qualche vetrine di calli e campielli.

Ora sono di gran moda. Non me ne ero ancora accorta, ma io non faccio testo. Però mi piace che siano ancora realizzate a mano, che da secoli siano sempre le stesse e, soprattutto, che raccontino dell’ingegno di chi, pur avendo poco o nulla, trovava il modo di creare oggetti belli e ben fatti. In fondo, ricami e dettagli non erano obbligatori. Eppure mi ricordano come, nelle piccole cose, anche in un umile paio di babbucce, si possa provare a ricercare la bellezza e l’armonia. E, regalandomi un sorriso, mi ricorda chi, fin da bambina, amava accostare stoffe e colori, incantandomi ogni volta.

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Daniela

Tour leader e guida turistica per professione, sono viaggiatrice per passione. Dopo la laurea in Filosofia, sono partita alla scoperta del mondo. Dal 2017 vi narro curiosità e storie dai miei viaggi, vicini e lontani.

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