Come si possono raccontare oggi le trincee e la Prima guerra mondiale? Unicamente attraverso le parole di chi le ha vissute? Forse no… Con Il fango e la neve Paolo Rumiz ce ne dà prova.
Ogni volta che affronto la lettura di un libro di Paolo Rumiz, mi stupisco. Non solo per la scrittura fluida e avvolgente ma per la sua capacità di affrontare temi duri (qualche volta durissimi) con un afflato realistico e poetico allo stesso tempo. Questo testo non fa eccezione.In un mondo come quello odierno, che blatera continuamente di guerra senza parlarne mai veramente, ha senso cercare di fare memoria della Grande Guerra? Ma soprattutto: è davvero possibile fare memoria di quella follia collettiva che colse l’Europa tra il 1915 e il 1918? Rumiz, da ottimo cronista di guerra quale è stato, pensa che questa sia una missione complessa, difficile ma necessaria. Soprattutto perché in quelle orribili circostanze, in qualche modo, è nata la nostra amata e vituperata Europa.
Il suo è un vero e proprio viaggio attraverso i luoghi, le memorie (anche quelle perdute) e le terribili asperità delle trincee che hanno segnato la storia italiana ed europea di inizio ‘900. Durante le sue peregrinazioni, il nostro narratore si fa voce e interprete delle difficoltà logistiche e umane degli sventurati che furono mandati a combattere in cima alle montagne.
Non è un viaggio semplice quello che Rumiz ha deciso di intraprendere: non facile da ‘restituire’ al lettore, faticoso al limite dell’estrema in certe località e complicato dalla italianissima propensione a rimandare la necessità di fare memoria (e banalmente la manutenzione).
Già… ci avete mai pensato? Come si gestisce un tanto insolito patrimonio culturale? Per ricordare è sufficiente restaurare un ossario? Apporre qualche targa commemorativa? Il lungo viaggio tra Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige e Veneto del nostro autore dimostra che ci vorrebbe molto di più. Dal Monte Grappa all’Altopiano di Asiago, dall’Isonzo a Redipuglia, da Trieste al Passo del Tonale: Rumiz cammina, viaggia, pianta la tenda cercando di immaginare e di ‘sentire’ le tracce di chi in quegli stessi luoghi ha vissuto, combattuto e perso la vita. La meraviglia si alterna all’orrore. Anche immaginare diventa difficile in questi luoghi.
Ora la pioggia tuona come una cascata. Sono due mesi che viaggio su questo fronte, due mesi col sole e col vento, il fango e la neve, e ancora non riesco a riprodurre la percezione del macello, il fiato corto, le scariche di paura. Non ce la faccio a entrare in quelle scarpe e in quei vestiti di panno rancido. È come se, di trincea in trincea, questa guerra anziché avvicinarsi diventasse più lontana e inconcepibile. Ho davanti a me il paradigma dell’inumano e dell’insensato, qualcosa che è vano cercar di rivivere. Forse, come mi ha detto un bravo generale, alla mia umana percezione manca l’unica cosa non riproducibile. L’odore.
Impossibile non ripensare alle poesie di Ungaretti, ai racconti di Rigoni Stern e alla loro capacità di raccontare la vita anche in mezzo alla più cupa desolazione. Il racconto di Rumiz procede nello stesso modo: tristezza e dolore si alternano a scoperte meravigliose e incontri di un’umanità rasserenante. Il problema, in taluni luoghi, è solo la ‘densità di memorie’: sembra impossibile che la vita sia potuta continuare laddove c’è stata tanta morte.
Quando Giani Stuparich, medaglia d’oro, venne a cercare i luoghi dove era morto il fratello, maledisse la freddezza degli ossari dove avevano trasferito il corpo di lui, ma anche il bosco che in pochi anni s’era ripreso spazio a spese della memoria. Pareva impossibile che il monte non dovesse portare scolpito in eterno il segno della tragedia. Invece era possibile. Con gli anni la voce dei morti s’é fatta più flebile, è diventata fruscio di foresta e i villaggi son ricresciuti su uno sterminato cimitero.
Quando nell’estate 2020 sono stata a Bassano del Grappa, guardando le montagne di cui tanto avevo letto e sentito parlare, ho pensato che fare un viaggio della memoria in quei luoghi sarebbe stato giusto. Esattamente come mi era già capitato di pensare sul Carso triestino. Dopo aver letto questo libro, credo che sia davvero doveroso. Un ultimo grazie a Paolo Rumiz, non solo per questo diario di viaggio, ma per la sua capacità di raccontare l’assurdità della guerra. Contemporanea o passata che sia.
Paolo Rumiz, Il fango e la neve, Bottega Errante Edizioni, Udine 2025