Oggi scopriamo insieme un classico della letteratura ticinese del ‘900: Il fondo del sacco, una storia di emigrazione e di rimpianto tra Val Bavona e California.

La vicenda di Gori però, non è una storia di successo. A Martini interessa soprattutto cogliere l’aspetto più dolente, personale dell’emigrazione. Vuole raccontare lo strappo, lo struggimento affettivo, la nostalgia. Gori vive la sua adolescenza ai tempi grami della montagna, con il lavoro massacrante e il tarlo della dolorosa tentazione dell’emigrazione come scampo. Il ragazzo non vorrebbe partire. Ma lasciare la famiglia, la sua amata Maddalena (una «di quelle creature che quando passano in strada la gente si volta e smette di parlare») sembra davvero l’unica possibilità di successo. Il congedo è straziante: il ragazzo sa di abbandonare un mondo poverissimo ma inestirpabile dal suo cuore. Gori, difatti, non riesce a dimenticare la sua terra: per questo, molti anni più tardi, torna in valle.
Finalmente la pace? Purtroppo no. Il ragazzo, ormai diventato uomo, fa un’amara scoperta: il mondo lasciato tanto tempo prima non si è cristallizzato in attesa del suo ritorno. Molto è cambiato. Gori è destinato a capire che la sua giovinezza e la sua felicità si sono perdute fra questi opposti poli di esistenza e di sentimenti, fra questo partire e tornare, in una dolorosa instabilità dell’animo.
Una cosa appare evidente: Il fondo del sacco non è solo una storia ticinese ma una vicenda universale. Gori diventa il simbolo della lontananza forzata, dal brusco distacco dalle radici e dai propri affetti che, ancora oggi, molti devono obbligatoriamente affrontare. Allo stesso tempo, però, il racconto del nostro protagonista è ostinatamente legato al suo territorio: non solo per la descrizione puntuale e spesso spietata della bellezza e della durezza della vita alpina ma soprattutto per l’utilizzo di una lingua semplice, vicina al parlato che rende l’intera narrazione profondamente credibile.
È impossibile non partecipare emotivamente alle difficoltà dei valligiani e alle tragedie che colpiscono alcuni di loro. È altrettanto comprensibile perché Gori senta tanto la mancanza della sua comunità. Perché
il destino di un uomo è quello di affezionarsi anche alle ginestre se ci è nato, a un paese che non puoi neanche metterti giù con comodo in un prato, e già ti ritrovi una brancata di ricci nel sedere.
La storia è narrata unicamente per vuotare un sacco appesantito dalla fatica di una vita, ma fatto anche di buono «perché a essere giusto devo dire che abbiamo avuto anche di quello». Una sorta di sfogo personale ma anche collettivo. Martini racconta bene anche il fallimento di un’illusione comune: l’idea che la vita altrove sia sempre più semplice.
Dunque, meglio partire o restare? Impossibile dare una risposta definitiva. Entrambe le scelte sono ardue e la vita ‘agra’. Quello che conta, però, è cercare se stessi, accettando anche la nostalgia e il dolore come parte dell’avventura della vita. Il “minchione” Gori non ha certezze da offrire al lettore ma è un personaggio di straordinaria sincerità. Credo che lui e Maddalena resteranno profondamente incisi nei miei ricordi. Non vedo l’ora di poter tornare in Bavona a cercarli: sono sicura che siano ancora lassù, tra gli alpeggi e le montagne.
Plinio Martini, Il fondo del sacco, Casagrande, Bellinzona 2023