Volete ridere? Nonostante io sia stata innumerevoli volte a Torino, non ho mai avuto occasione di andare al celeberrimo Museo Egizio. Una vergogna! Quindi oggi vi porto a scoprire faraoni e mummie? In realtà, no. Andiamo a scoprire le collezioni (e una bellissima mostra temporanea) del MAO, il Museo di Arte Orientale.
Siamo in pieno centro: sono passata qui davanti tante volte ma non sono mai entrata a Palazzo Mazzonis. Posso, però, ritenermi ‘perdonata’ visto che il MAO è tra le più recenti istituzioni museali di Torino… Le collezioni orientali, precedentemente, erano conservate nel Muse Civico di Arte Antica, fino a quando il Comune di Torino e altre istituzioni non hanno deciso di scommettere sulla riuscita di un nuovo progetto.
L’obiettivo del museo è stato, fin dagli esordi, custodire e rendere note al pubblico opere emblematiche della produzione artistica orientale e divenire un accesso privilegiato a studiosi della cultura asiatica, anche con l’ausilio di specifiche iniziative.

L’allestimento interno prevede, a rotazione, l’esposizione di circa 1.500 opere, disposte in cinque sezioni. L’atrio d’ingresso, in cui è stato realizzato un ampio spazio vetrato, ospita i giardini zen giapponesi, con sabbia e muschio. Attraverso uno scalone monumentale si accede alle gallerie, divise in cinque aree, caratterizzate da scelte cromatiche e stilistiche differenti, con ampio uso di legno, acciaio, vetro e una grafica museale evocativa dei luoghi di provenienza. Il primo piano ospita le gallerie dell’Asia Meridionale, del Sud-est asiatico, della Cina e la prima parte della sezione dedicata al Giappone (la mia preferita), mentre la seconda parte è al secondo piano. Salendo, troviamo la galleria Himalayana, mentre il quarto piano conclude il percorso con la sala, rigorosamente verde, dedicata all’arte islamica.
Dall’India al Giappone, passando per Pakistan e Cina…
Non sono sufficientemente esperta in questo campo per potervi dare indicazioni precise sulle collezioni ma posso dirvi che cosa ho trovato più interessante: le sale dedicate all’India, ad esempio, presentano una vasta scelta di opere di ispirazione induista e buddista. Pietra, bronzo, terracotta, dipinti su cotone… c’è davvero l’imbarazzo della scelta.
Particolarmente affascinanti sono anche i reperti che provengono dal Gandhara, ovvero l’area geografica compresa fra Afghanistan e Pakistan nord-occidentale. Lo stesso termine designa anche la produzione artistica di ispirazione buddhista fiorita proprio in quella zona tra il II secolo a.C. e il V sec. d.C.

Visitando la collezione cinese, si comprende quanto la millenaria cultura della Cina, con la sua immensa estensione, abbia generato una grande varietà di rappresentazioni artistiche. Anche se la coesione della struttura sociale e politica ha favorito l’evolversi di uno stile omogeneo e fortemente caratterizzato.
Finalmente la sezione giapponese: mi affascina sempre moltissimo vedere come la cultura del Sol Levante sia stata capace di coniugare a meraviglia tradizione, artigianalità e sapiente conoscenza dei materiali. In questa sezione si trovano statue lignee (dal XII al XVII secolo), paraventi dal XVII al XIX secolo, tessuti, dipinti e xilografie, nonché oggetti laccati, armi e armature. Unica ‘pecca’ di questa galleria è la fragilità di taluni reperti, fatto che costringe il museo a una frequente rotazione degli oggetti esposti.
The Soul Trembles
Veniamo, però, al vero motivo di questa visita: la mostra di Chiharu Shiota che ha invaso il MAO di Torino con i suoi fili rossi. Il museo, da tempo, ha scelto di ospitare mostre di arte contemporanea che dialogano con la collezione permanente. Un modo per attirare visitatori ma soprattutto per rendere il museo un vero e proprio polo culturale. Operazione riuscitissima, proprio come questa mostra: un grande progetto itinerante importantissimo per la carriera, ma anche per la vita, dell’artista giapponese che, mentre preparava questo grande evento, stava combattendo contro un cancro al terzo stadio.

Non vi preoccupate se non siete particolarmente esperti di arte contemporanea: entrare in The Soul Trembles è un vero e proprio viaggio. Più da vivere che da conoscere. Le installazioni non sono opere scisse le une dalle altre ma una sorta di organismo vivente, capace di espandersi dalle sale delle mostre temporanee fino alle gallerie delle collezioni permanenti. Le opere di Shiota, fatte di fili intrecciati, oggetti carichi di memoria e spazi sospesi, entrano in risonanza con le opere della collezione permanente. Amplificando quella dimensione liminale che da sempre attraversa e contraddistingue il lavoro dell’artista.
Osservando le fotografie dell’esposizione, prima di visitarla, avevo avuto una strana sensazione di claustrofobia, totalmente sconfessata durante la visita. Percorrendo le sale si ha, al contrario, l’impressione di ‘appartenere’ al luogo e all’opera. I fili creano una sorta di connessione tra il visitatore e l’opera ma soprattutto tra l’opera e lo spazio espositivo.

The Soul Trembles ripercorre l’intera pratica dell’artista giapponese attraverso disegni, fotografie, sculture e alcune delle sue installazioni ambientali più iconiche, accanto a interventi site-specific e nuove opere realizzate per l’occasione. Dai paesaggi di fili rossi che avvolgono imbarcazioni in Uncertain Journey, alle valigie oscillanti di Accumulation- Searching for the Destination, fino al silenzio carico di assenza di In Silence, ogni lavoro sembra interrogare le tracce lasciate dai corpi, i ricordi che persistono, le relazioni invisibili che ci legano agli altri e al mondo.
Shiota non vuole rappresentare qualcosa ma farci sperimentare connessioni ed emozioni. La sua è un’arte ‘esperienziale’. Lo spettatore è chiamato a mettere in gioco i suoi stessi sentimenti e a confrontarsi con le proprie paure e vulnerabilità. L’esperienza è potente perché obbliga il visitatore a confrontarsi con il vissuto dell’artista ma anche con il proprio. La sfida diventa comprendere quale sia il limite tra memoria individuale e collettiva. Ci si sente, allo stesso tempo, fragili ma parte di un vissuto comune. Una sensazione che vi consiglio decisamente di sperimentare. Io ne esco incuriosita e indubbiamente affascinata. Vi ho convinti a venire a Torino? Lo spero! Avete tempo fino al 28 giugno 2026 per vedere The Soul Trembles… e per visitare il MAO!