Se state visitando la Baviera meridionale oppure Salisburgo, Nido d’Aquila è una meta che non dovrebbe mancare. Oggi vi spiego come raggiungere uno degli affacci più scenografici sulle Alpi, dove è impossibile non misurarsi con la storia contemporanea.
Chi di voi è appassionato di storia avrà visto, almeno una volta, quel filmato in cui Adolf Hitler, accompagnato da Eva Braun e dal loro pastore tedesco, si affaccia dal terrazzo di uno chalet arroccato sulle montagne. In italiano (e anche in inglese) quel luogo si chiama Nido d’Aquila e il nome non potrebbe essere più azzeccato. Ma, cercandolo su GoogleMaps, probabilmente non lo trovereste. In tedesco si chiama Kehlsteinhaus, cioè la casa sul Kehlstein (che è il nome della montagna). Vale la pena di andarci? Secondo me sì ed è tutto fuorché un deprecabile pellegrinaggio.
Nido d’Aquila. Una storia incredibile
Ovvio è che Nido d’Aquila è indissolubilmente legato alla storia della prima metà del Novecento e ai suoi nefasti epiloghi. Ciononostante, conoscere come è quando lo chalet fu costruito è piuttosto interessante, anche perché le sorprese non mancano di certo. Una su tutte: Hitler odiava quel posto (e, infatti, ci andava raramente). Volete sapere perché? Semplice: soffriva di vertigini, aveva paura dell’altezza e non amava il freddo. Ci si potrebbe quindi domandare perché avesse tenuto ad avere una simile residenza. In realtà, l’idea non era stata sua, ma di Martin Bormann, segretario personale del Führer e capo della cancelleria del partito. Doveva essere un regalo per i 50 anni del dittatore.

Verrebbe da chiedersi come il segretario personale ignorasse la paura di Hitler per il vuoto e sarebbe interessante conoscere la reazione del Füher quando gli fu presentato il “regalino”, ma sorvoliamo… chiaro era l’intento dal punto di vista propagandistico: la posizione di assoluta dominanza era un chiaro riferimento al raggiungimento del vertice del potere. Vi ricordate Charlie Chaplin che, ne Il grande dittatore, danza con il globo terrestre? Nel lungometraggio era un ballo, nella realtà un balcone affacciato sul mondo, ma l’idea è la stessa, quella del dominio assoluto.

Naturalmente, anche la tecnologia e l’architettura furono messe a disposizione della propaganda. Basti pensare all’ascensore in ottone scintillante, completamente nascosto nella roccia, che consente di accedere a Nido d’Aquila. Per raggiungerlo occorre percorrere un tunnel lungo 124 metri. La stessa misura del pozzo dell’ascensore. Avveniristica era pure la cucina, elettrica, e il riscaldamento, a pavimento (stiamo parlando della fine degli anni Trenta). Senza dimenticare il grande camino realizzato in marmo rosso italiano, dono di Mussolini.
Un capitolo a parte merita la strada di accesso, larga 4 metri e lunga 6,5 km. Supera un dislivello di 800 metri. Ora, io non sono brava in matematica, ma vi assicuro che il grado di pendenza è più che notevole.
Nido d’Aquila: operai o schiavi?
Il tempo di costruzione di strada, tunnel e chalet fu da record: si parla di 13 mesi. Dopo la guerra, dunque, si diffuse facilmente la notizia che a lavorare al cantiere fossero prigioni costretti ai lavori forzati. In realtà, la questione è più sottile. Le maestranze erano regolarmente stipendiate e i lavoratori avevano accettato l’incarico di loro spontanea volontà. Ciononostante, vista la segretezza che avvolgeva l’opera, una volta firmato il contratto non ci si poteva tirare indietro. E le condizioni di lavoro erano tutt’altro che leggere.
Tanto per dare un’idea, gli operai che costruirono lo chalet erano arrampicati su impalcature a 600 metri di quota. Per non parlare del trasporto dei materiali, fatto per gran parte trasportando fino a 50 kg sulle spalle. Le informazioni disponibili parlano di circa 3000 uomini impiegati, che lavoravano notte e giorno, estate e inverno. Credo di essere stata abbastanza chiara.
Il Nido d’Aquila oggi
Dopo la guerra, Nido d’Aquila diventò assai famoso, complici film e documentari. Resta una delle poche testimonianze architettoniche intatte dell’epoca hitleriana e, già solo per questo meriterebbe una visita. Sempre più mi rendo conto che la Storia vada “toccata” per diventare più accessibile. Mi è accaduto anche pochi giorni fa accompagnando un gruppo a Berlino. E che sia una fredda giornata primaverile o un’assolato pomeriggio estivo poco cambia: lo stridore fra la bellezza del panorama e gli orrori di quel che è successo non potrebbe essere più assordante. Nell’assoluta quiete di un picco a 1834 metri sul livello del mare.

Nido d’Aquila appartiene oggi al Land Baviera ed è normalmente accessibile al pubblico. Non si paga biglietto di ingresso, visto che si tratta di un luogo di grandissimo interesse storico.

Come arrivarci?
Potevo lasciarvi senza qualche informazione pratica? Certo che no! Anche perché arrivare a Nido d’Aquila non è semplicissimo.
Se siete in auto, dirigetevi verso Berchtesgaden. Lungo la strada statale troverete le indicazioni per Kehlsteinhaus. Seguitele ed arrivate al parcheggio ad Hintereck (la sosta costa pochi Euro).
Se siete con i mezzi pubblici… la questione è un po’ più complicata. Bisogna arrivare a Berchtesgaden e prendere il bus 883 che parte dall’ufficio postale. Chiedete all’autista dove scendere perché il parcheggio del Nido d’Aquila non è il capolinea.
Una volta giunti ad Hintereck, due sono le possibilità. I più allenati possono salire a piedi. Pare che la passeggiata, abbastanza ripida, duri più o meno due ore. Sono troppo pigra per averla provata, quindi mi fido di quel che dice l’ufficio informazioni. L’alternativa è un bus che in circa 15 minuti vi porta (quasi) in vetta. E’ a pagamento, il biglietto si può comprare alle casse poste giusto accanto alla fermata degli shuttle. Naturalmente, si può anche prenotare on-line, ma attenzione ad arrivare puntuali!
Il perché è presto detto: la strada per salire non è sufficientemente larga per far sì che gli shuttle salgano e scendano allo stesso tempo. Più o meno a metà uno slargo fa sì che i bus in discesa si fermino e lascino passare quelli in salita. Per questi ultimi, vista la pendenza e il carico dei passeggeri, sarebbe impossibile ripartire da fermi. Sicché tutto deve funzionare come un orologio svizzero. In caso di poco afflusso, viene concessa la possibilità di prendere la corsa successiva, ma in estate potreste dover attendere a lungo…
Giunti allo spiazzo superiore, procedete verso il tunnel (le foto avrete tempo per farle più tardi). In fondo troverete il famoso ascensore. Prima arrivate e meglio è perché nella cabina sono ammesse una quindicina di persone alle volta e quindi, ad ogni arrivo degli autobus, si forma una discreta coda. Non è tanto l’attesa il problema, quanto il freddo umido che vi farà sicuramente compagnia. Perciò, secondo me, vale sempre la pena di portare con sé una felpa o una giacca.

Finalmente siete in cima! Godetevi la vista sulle Alpi, le Prealpi e sul Königsee. Lo chalet si visita in pochi minuti, sento già domandarvi “tutto qui???”. Ma, come vi dicevo, il panorama è la vera sorpresa. Potete camminare lungo il sentiero che vi porterà sulla sommità del Kehlstein oppure potete gustare qualche specialità bavarese nel punto di ristoro. In ogni caso, il mio consiglio è quello di andare lentamente, con un occhio al presente e uno al passato.

Una volta soddisfatti, dovrete fare il percorso all’inverso. Fate ben attenzione all’orario di discesa che vi era stato dato quando avete acquistato il biglietto dello shuttle. Si riferisce all’orario di partenza del bus. Per stare tranquilli, il mio suggerimento è quello di accodarvi per prendere l’ascensore una ventina di minuti prima dell’orario prenotato. Doveste fare in fretta, potreste sempre scattare qualche foto. Oppure decidere di prendere il sentiero che scende verso il parcheggio. Vedete voi, ma fate bene i vostri conti.
Non ho altro da aggiungere, a parte il fatto che si tratta di un’esperienza che non dimenticherete facilmente!