Dopo aver viaggiato tra Tibet, Islanda, Val Bavona, oggi il vostro lettor-orso PP, vi vuole riportare in Turchia, a Istanbul… Per la precisione a Sinekli Bakkal. Infatti, vuole consigliarvi la lettura de La figlia di Istanbul.
Il nostro quartiere prende il nome da una sua stradina secondaria, Sinekli Bakkal, che significa “il droghiere assillato dalle mosche”. Tutte le case sono di legno a due piani. I tetti sono in rovina e le vecchie grondaie si piegano le une verso le altre dai due lati della strada quasi a toccarsi. Se non rimanesse un po’ di spazio tra le cime dei palazzi, la strada sarebbe immersa nell’oscurità…Fermatevi a un angolo e date uno sguardo: a ogni finestra vedrete vasi di terracotta e latte di cherosene annerite. Nei vasi crescono garofani e gerani rossi, bianchi, viola, fucsia. Nelle latte, cespugli di basilico. All’angolo, sotto un pergolato di violaciocche, c’è la fontana più frequentata del vicinato. Sullo sfondo, svetta un minareto bianco, lungo e sottile, che sembra una decorazione teatrale.

Per fare la conoscenza con i protagonisti del nostro romanzo, dobbiamo individuare l’Alimentari Istanbul, la bottega del signor Mustafà e proseguire fino alla casa dell’imam, un palazzotto a tre piani con le finestre del retro che affacciano sulla fontana. Mentre il signor Mustafà è un bottegaio di quartiere come tanti altri, l’imam non è certo un uomo qualunque.
A prima vista sembra proprio un qualunque imam di quartiere, ma in verità non assomiglia ad altri che a se stesso. Ha sopracciglia folte e irte come setole di porcospino, due occhietti infossati ma neri come il carbone, ardenti come la brace e penetranti come trivelle. Naso lungo, volpino. Barba nera, però molto brizzolata. È basso di statura, dí corporatura asciutta, ma il passo grave è ondeggiante dovuto all’ampio mantello e all’enorme copricapo bianco gli dona una solennità non comune. Anche se è grosso la metà degli altri uomini, ha una voce forte e robusta da fare invidia. Parla con la vigorosa eloquenza del predicatore… Quelli che contrattano con lui cercando di tirare sul prezzo per ottenere il nulla osta matrimoniale o il certificato di morte gli passano sotto casa mormorando che è un imam avido e taccagno. Ma quelli che proseguono per ascoltare la predica nella piccola moschea del quartiere si sentono un po’ impauriti e a disagio al suo cospetto.
Hacı İlhamı Efendi è un uomo severo, duro ma anche carismatico. Per instillare i suoi dogmi religiosi preferiti nella sua comunità è tagliente come un coltello. Descrivere l’inferno e i suoi castighi con brio e magnificenza è una sua peculiarità. Avendo perso la moglie in giovane età, ha cresciuto la figlia Emine da solo. La ragazza, perennemente imbronciata e incapace di ridere, sembra una replica in piccolo del padre. Eppure, contravvenendo a tutti gli insegnamenti dell’imam, questo scricciolo perennemente di cattivo umore, a undici anni fugge di casa per incontrare “Tevfik la bella”, attore di strada diventato famoso tra i fannulloni del quartiere per i suoi ruoli femminili.
I due frequentano la stessa scuola e con lui Emine, per la prima volta, impara a ridere. La loro relazione fatta di lettere, di incontri fugaci continua per anni. A diciannove anni, il dolce e gentile Tevfik è diventato uno degli attori di strada più famosi della città e ha ereditato un negozio, una piccola casa e un orto da uno zio. Emine, da ragazza voluta qual è, ha deciso: Tevfik è il marito ideale. All’insaputa del padre e con la complicità dell’intero quartiere, i due si sposano in un’altra zona della città.
L’imam non tarda a disconoscerla, così come Emine non tarda a scoprire che essere la moglie di un droghiere non è il suo sogno. Il marito la apprezza e la tratta bene ma è noioso, sciatto e lascia sempre la cenere delle sigarette tra le pieghe delle lenzuola. Il matrimonio terminerà bruscamente dopo la nascita della prima e unica figlia della coppia, Rabia, vera protagonista del racconto. La piccola è destinata a crescere con la madre a casa del nonno.
Rabia, come tutte le sue coetanee dell’epoca, a cinque anni cominciò a preparare e servire il caffè. A sette anni era capace di occuparsi delle faccende domestiche con cognizione di causa. Ma soprattutto, era al completo servizio del nonno… Tuttavia, allora, per le bambine di Sinekli Bakkal queste erano cose normali. C’era però un aspetto in cui la sua vita differiva da quella degli altri bambini: Rabia era sottoposta alle rigide imposizioni dell’imam già da piccola.
Disubbidire al nonno e alla madre è fuori discussione per la bambina. L’inferno le fa troppa paura. Rabia non protesta neppure quando il nonno decide di non mandarla a scuola (dove Emine ha conosciuto Tevfik) e di istruirla a casa. Due cose stupiscono enormemente l’uomo: la nipote ha una straordinaria facilità nel memorizzare le sure del Corano e, per di più, ha una voce incantevole e una grande attitudine alla musica. La vita di Rabia sta per cambiare: diventerà una hafiz, una pia cantatrice. L’addestramento sarà duro ma il successo non tarderà ad arrivare. Rabia attira l’attenzione della moglie di Selim Pascià.
Per lei comincia una nuova vita: un’esistenza piena, ricca di soddisfazioni, di arte e finalmente di affetti. Rabia viene ingaggiata come hafiz a palazzo: il suo talento incanta tutti, ma è la sua viva intelligenza a colpire i suoi benefattori. Anche il severo nonno è costretto ad accettare che la ragazza studi e abbia accesso a un mondo molto diverso da quello in cui è cresciuta. Rabia sa approfittare di tutte le occasioni che le vengono offerte. Il ritorno nella sua vita del padre, la protezione del potente Pascià, gli insegnamenti del musicista italo-spagnolo Peregrini e del derviscio Vehbi Dede segnano per la ragazza le tappe di una emancipazione lenta ma inarrestabile, inusuale per una donna dell’epoca, che rappresenta il simbolo di un più generale cambiamento della Turchia di fine ‘800.
La figli di Istanbul rappresenta, per la cultura turca, un’opera di grande importanza, letta e studiata a scuola, trasposta a teatro, al cinema, alla televisione. Un vero classico, purtroppo non altrettanto conosciuta all’estero. Halide Edip Adıvar qui vuole immortalare la crescita e la vita di una donna eccezionale come Rabia ma vuole anche “racchiudere in una forma romanzesca l’anima di un popolo in tutte le sue sfumature, attraverso una folla di personaggi colti nella quotidianità ma anche in un particolare momento storico che di quell’anima ha costituito un momento fondativo” tra la fine dell’impero ottomano e la nascita della generazione dei Giovani Turchi.
Questo libro mi aveva colpito moltissimo anni fa ma oggi, rileggendolo dopo aver visitato la città natale di Rabia, l’ho amato ancora di più. Quindi un consiglio: leggetelo e poi partite per Istanbul!
Halide Edip Adıvar, La figlia di Istanbul, Elliot, Roma, 2010