Durante l’estate del 1953, un giovane di ventiquattro anni, lascia Ginevra e l’università, dove seguiva i corsi di sanscrito, storia medievale e diritto, a bordo della sua Fiat Topolino e comincia un lungo e straordinario vagabondaggio tra i Balcani, l’Anatolia, la Persia… Un viaggio che vi stregherà dal primo all’ultimo chilometro.
Non perdete tempo a leggere questa introduzione. Rischiereste di trovarvi soprattutto la mia invidia per un modello di scrittura che reputo irraggiungibile con le mie modeste forze. Potete davvero fidarvi se vi dico che il racconto vi prenderà fin dalla prima riga, perché avete tra le mani uno dei più grandi libri di viaggio di sempre. Quei libri cui non è possibile aggiungere nulla e che hanno raggiunto la perfezione proprio tagliando il superfluo.

Dopo una simile presentazione da parte di Paolo Rumiz, non potevo che gettarmi a capofitto nel racconto di Nicolas Bouvier…
Il viaggio a cui Nicolas e l’amico Thierry si accingono sembra una di quelle avventure tipiche dei vent’anni, certo non un viaggio pianificato nei minimi particolari.
I due hanno soldi solo per quattro mesi e una vecchia Fiat Topolino, inadatta a lunghi percorsi ma hanno un’immensa voglia di partire.
È la contemplazione silenziosa degli atlanti, a pancia in giù su un tappeto, tra i dieci e i tredici anni, che mette la voglia di piantar tutto… Quando il desiderio resiste anche dopo i primi attacchi del buonsenso, si inventano ragioni. E ne trovate, ma non valgono niente. La verità è che non sapete come chiamare quello che vi spinge. Qualcosa in voi cresce e molla gli ormeggi, fino al giorno in cui, non troppo sicuri, partite davvero. Un viaggio non ha bisogno di motivi. Non ci mette molto a dimostrare che basta a se stesso. Pensate di andare a fare un viaggio, ma subito è il viaggio che vi fa, o vi disfa.
Si può ancora viaggiare così? Nel nostro mondo sempre iperconnesso e apparentemente senza segreti, qualcuno sogna ancora di partire guardando un vecchio atlante? Personalmente spero proprio di sì.
La Belgrado in cui Nicolas raggiunge l’amico Thierry (vincitore di una borsa di studio per artisti) è una città difficile, uscita da poco dagli anni devastanti della guerra eppure è una città piacevole, che profuma di melone e che ha una ‘gradevolezza tutta sua’.
I belgradesi avevano troppo poche distrazioni per trascurarne qualcuna. La vita era ancora abbastanza frugale perché ognuno fosse affamato di ogni genere di avvenimento, e questo appetito suscitava molteplici scoperte.
Teologi che seguono gare di moto, contadini che vogliono scoprire l’acquerello… l’umanità che i ragazzi incontrano non è soltanto varia ma straordinariamente vivace e generosa. C’è sempre un’oscura cucina o un salottino orribile dove i due amici possono trovare ospitalità e un sorriso. Poco importa che il loro denaro finisca rapidamente.
Il viaggio continua: Mostar, le campagne popolate da contadini e da tzigani… Bouvier ha una commovente capacità di ‘dipingere’ immagini e ritratti. Racconta come pochi la straordinarietà del quotidiano. Pur senza farne un analisi storico politica raffinata, annota e riporta i cambiamenti di un paese che sta per entrare in una nuova fase della sua storia.
La sosta in Macedonia è più breve ma non meno affascinante: pranzi bizzarri, canti, idee che cambiano velocemente quanto i paesaggi… Questo viaggio è un vero e proprio ‘romanzo’ di formazione, destinato a scardinare preconcetti e convinzioni.
Il forestiero che per una notte abbandona la testa sui cuscini del Macedonia, oltre alla solita pulce, conserverà il ricordo di una borgata spensierata, percorsa da asini girovaghi, profumata di tabacco appassito e di melone troppo maturo. Se poi si trattiene, si accorgerà che è tutto assai più complicato, perché da mille anni in Macedonia la storia si adopera a creare contrasti fra le razze e i cuori.
La strada è ancora lunga per i nostri due protagonisti che vogliono arrivare fino all’India. Sì riparte, direzione Anatolia.
Quando si lascia la Jugoslavia per la Grecia, il blu – il colore dei Balcani – vi segue, ma cambia di natura: si passa da un blu notte un po’ sordo a un blu marino di un’intensa gaiezza, che agisce sui nervi come la caffeina.
L’arrivo a Istanbul spiazza i nostri due amici. Il denaro è finito ed è necessario trovare delle soluzioni. La riva sinistra della città, quella asiatica, è insalubre ma anche più economica. Bisogna accontentarsi ed affrettarsi per proseguire verso Ankara. Villaggi, intere giornate di guida, danzatori e camionisti… La Persia ormai non è lontana.
Il primo incontro con il nuovo paese è uno scontro con la sua burocrazia e con una locanda alla cui pareti ci sono le immagini di Gesù a Tiberiade e lo scià… Poiché la vita nomade è tutta una sorpresa, Tabriz e l’Azerbaigian si rivelano più vicine del previsto. Bouvier descrive il suo incontro con il mondo islamico, con i curdi e gli armeni, con tradizioni che comprende e con abitudini lontanissime da lui con la freschezza dei suoi vent’anni.
Il suo racconto è ricco di storia, antropologia, curiosità, divertimento. Non ha alcun piglio accademico ma è attento e consapevole. La scrittura migliora con il procedere delle pagine: come il viaggiatore impara a viaggiare lungo la strada, lo scrittore affina la sua capacità narrativa con l’esercizio. D’altronde il rigido inverno iraniano, lascia a Nicolas molto tempo per dedicarsi alla scrittura.
Quando, finalmente, i ragazzi riprendono il loro cammino, nuovi ostacoli li attendono! Persino un veloce (ma non troppo sgradevole) soggiorno in una prigione del Kurdistan! Le pagine dedicate all’Iran mi hanno incantata e ricordato (come se ce ne fosse bisogno) perché vorrei tanto visitare quelle terre ma la descrizione dell’arrivo a Kandahar, mi ha fatto riflettere su quanta parte di mondo a noi, che ci crediamo veri globe-trotters sia oggi preclusa. Ahimè…
Come credo abbiate ben capito, non posso che condividere l’entusiasmo di Paolo Rumiz per questo testo. Bouvier ha la straordinaria capacità di farvi viaggiare con lui, di mostrarvi un mondo che, forse, oggi non esiste più ma che vorreste assolutamente vedere.
Mi permetto un’ultima nota su un particolare che ho trovato interessante: il titolo originale del testo è L’usage du monde, tradotto come La polvere del mondo. Ma perché tradurre “usage” con “polvere”? Nei quasi 80 anni che sono trascorsi dal viaggio di Bouvier, viaggiare è diventato un utilizzo del mondo nel senso deteriore del termine ma questo libro ci ricorda quanto diversamente si possa fare esperienza del mondo in cui si abita. Se ne possono battere le strade, sollevandone la polvere e respirandola, senza consumarlo come fosse un oggetto di nostra esclusiva proprietà. Per di più, l’espressione l’usage du monde era originariamente di Montaigne, che del sentimento che caratterizza il viaggiatore è uno degli inventori. Ovviamente ci sono illustri precedenti, dal mondo antico fino a Petrarca o Machiavelli, ma è Montaigne che ha davvero messo insieme l’indagine culturale, quasi antropologica, con la scrittura, in una elaborazione letteraria.
Il racconto di viaggio, in questo libro, non è una semplice descrizione di luoghi o di fatti ma è il racconto vivace e vivido degli incontri che si possono fare nella vita se ci si apre agli altri. La libertà che il viaggio può regalare, in fondo, non è altro che la capacità, tutta da coltivare, di liberarsi dei propri pregiudizi e delle proprie abitudini per abbracciarne di nuove che ci si addicono maggiormente. Forse viaggiare senza denaro come Nicolas e Thierry è una scelta ‘estrema’ ma regala loro la necessità di doversi fidare di chi li ospita. Obbligandoli a sapersi adattare e saper fare di tutto.
Bouvier, senza mai teorizzarlo espressamente, ci ricorda che il viaggiatore e l’ospite sono sacri perché vulnerabili. Lontani dalla loro terra, dai loro affetti, dalle loro cose. Una lezione da tenere a mente, sia come viaggiatori che come ospiti…
P.S. Rumiz ha decisamente ragione, questo è uno dei più bei libri di viaggio che si possano leggere!
Nicolas Bouvier, La polvere del mondo, Feltrinelli, Milano, 2022