Oggi vi porto al Louvre a vedere uno dei miei quadri preferiti: La Libertà che guida il popolo di Eugène Delacroix.
Ho cominciato un tema moderno, una barricata… e, se non ho combattuto per la patria, almeno dipingerò per essa…
(Eugène Delacroix in una lettera al fratello riferendosi a La Libertà che guida il popolo)

Che cosa vedere al Louvre? Gioconda a parte, intendo. Prima o poi, ve lo prometto, vi darò la mia personale guida per uno dei musei più grandi (e più dispersivi) che io conosca. Oggi, però, vorrei ‘raccontarvi’ uno dei miei dipinti preferiti: La Libertà che guida il popolo. Perché uso il verbo raccontare? Perché credo che questo quadro sia da leggere come un romanzo. Storico, d’avventura, romantico… quello potrete deciderlo voi alla fine dell’articolo!
Tutto comincia nel 1829: il re Carlo X di Borbone, successore di Luigi XVIII, convoca al potere Jules de Polignac, cui affida la guida di un governo decisamente reazionario. Censura, leggi liberticide, un vero e proprio ritorno all’antico. I parigini, però, ormai conoscono il potere della loro furia. È così che 27 al 29 luglio 1830 (le cosiddette “Tre giornate gloriose”), si ribellano contro l’autorità regia, alzano nuovamente barricate nelle strade della capitale e insorgono in nome della libertà. Carlo X deve licenziare i suoi ministri, revocare le ordinanze emesse, abdicare e fuggire in Inghilterra.
Una vittoria di popolo che non può e non deve passare sotto silenzio! Delacroix, pittore già famoso ed affermato, sa bene che non può lasciarsi sfuggire questa occasione e decide di mettersi immediatamente al lavoro. Il dipinto è pronto in breve tempo, destinato a diventare l’icona di patriottismo e di libertà che ben conosciamo. C’è una cosa che, però, forse non sapete: il nostro Eugène non partecipò alle Tre gloriose giornate!Infatti, quando nel luglio 1830 scoppia l’insurrezione, Delacroix non va sulle barricate, ma si arruola, come molti altri artisti, nei servizi di guardia al Louvre. Suo compito è proteggere il museo da eventuali saccheggi. I turni di guardia sono faticosi ma soprattutto movimentati: tra gli artisti, comandati in servizio di ronda, scoppiano spesso liti furiose (che degenerano spesso in scazzottate). Non a causa della politica, ma delle tendenze artistiche o del modo di considerare Raffaello…
Nonostante le barricate gli siano aliene, Delacroix è capace di coglierne lo spirito in maniera mirabile. Osservate il dipinto e prestate attenzione ai personaggi che lo animano. Il quadro rappresenta, agli occhi di chi lo guarda, lo slancio, il movimento, l’entusiasmo. Lo si direbbe dipinto di getto, nell’imminenza della lotta. Invece Delacroix ha meditato e studiato ogni dettaglio: persino la famosa raffigurazione della Libertà non nasce contestualmente a questo quadro. Esisteva già (con le dovute differenze) nell’immaginario del pittore da almeno una decina di anni! Era, originariamente, “la Grecia insorta contro i Turchi” (poi diventata La Grecia sulle rovine di Missolungi, conservata al museo des Beaux Arts di Bordeaux).
Ma dove comincia la narrazione? Facile, dalla bandiera tricolore. La Libertà che guida il popolo raffigura tutte le classi sociali unite in lotta contro l’oppressore, guidate dalla Marianne, simbolo della Francia e della libertà. Marianne sta avanzando sicura sulla barricata, sventolando con la mano destra il Tricolore francese e impugnando con la sinistra un fucile con baionetta, a suggerire la sua diretta partecipazione alla battaglia. Indossa abiti contemporanei e anche un berretto frigio, assunto come simbolo dell’idea repubblicana dai rivoluzionari già nel 1789, ha il seno scoperto e i piedi nudi ed è realistica sino alla peluria sotto le ascelle (particolare che a noi suscita un sorriso ma non fu per nulla apprezzato dai contemporanei).

La Libertà è circondata da una folla tumultuosa, dove Delacroix ha riunito persone di tutte le età e le classi sociali. A destra della donna troviamo un ragazzino armato di pistole, simbolo del coraggio e della lotta dei giovani contro l’ingiustizia della monarchia assoluta. Forse ispiratore del Gavroche di Victor Hugo. A sinistra, invece, è visibile un uomo con un cappello a cilindro in testa e una doppietta da caccia in mano (tradizionalmente ritenuto un autoritratto dell’artista). C’è chi lo ritiene simbolo degli intellettuali borghesi e chi, invece, lo ritiene un compagnon di qualche corporazione. Ai piedi della Libertà troviamo una giovane manovale con un grembiule di cuoio, che guarda la fanciulla piena di speranza, come se fosse l’unica in grado di restituire dignità al popolo e alla Francia.
Sullo sfondo intravediamo anche una figura con la feluca. Probabilmente uno degli studenti dell’Ecole Polytechnique che avevano partecipato alla rivolta. Ci sono operai ancora con il grembiule da lavoro, manovali che dalla campagna giungono a Parigi per trovar lavoro…. C’è persino un ragazzo armato di baionetta, acquattato tra i pavés ammonticchiati, con un berretto della Guardia Nazionale. Ogni dettaglio, ogni uniforme è identificabile con precisione, così come le armi. Tutto racconta della furia e della casualità con cui i rivoltosi hanno costituito il loro armamentario. Moderni e improvvisati cavalieri senza macchia e senza paura.

La battaglia, però, non è priva di vittime. Alla base del quadro, infatti, giacciono tre cadaveri: a sinistra vi è un insorto dal corpo seminudo, con il macabro particolare del calzino sfilato, mentre a destra troviamo un corazziere e una guardia svizzera, appartenenti alla guardia reale che osteggiò gli insorti durante quei giorni. Dietro il fumo degli incendi e degli spari e la coltre di polvere sollevata dai rivoluzionari, inoltre, si intravedono persino le torri gemelle di Notre Dame.
La tela, esposta al Salon del 1831, provoca sconcerto e perplessità di pubblico e critica. Gli insorti furono ritenuti “facce da corte d’Assise”, “canaglie”, “rifiuti della società”… Nonostante tutto, però, il Ministero degli Interni acquista il dipinto per 3000 franchi con il proposito di esporla nella sala del Trono del palazzo del Lussemburgo (come monito per il «Re Borghese», Luigi Filippo). L’opera, tuttavia, giudicata troppo pericolosa e «rivoluzionaria» viene prudentemente confinata in un attico, sprofondando nell’oblio. Torna alla luce, per pochi mesi, dopo la “primavera dei popoli” del 1848, trovando finalmente casa al Louvre solo nel 1874. Da quel momento in poi, la sua fama cresce velocemente.
Secondo Argan, questo è “il primo quadro politico nella storia della pittura moderna”. Tanto potente quanto capace di diventare icona e simbolo dei diritti umani. Nel 1944, dopo la liberazione della Francia, compare nei manifesti che celebrano la restituzione del paese alla libertà. In seguito, De Gaulle e Mitterand lo usano in chiave elettorale. La Libertà finisce anche sulla banconota da 100 franchi, come modello per la statua della Libertà di Bartholdi, come immagine-simbolo della contestazione studentesca francese del 1968, del movimento dei diritti delle donne… Insomma, una vera e propria pop star! Sarà per quello che è finita persino sulla copertina del mio album preferito dei Coldplay…