In un mondo che ‘consuma’ milioni di immagini ogni giorno, che senso ha la fotografia? Se vi siete fatti questa domanda almeno una volta, dovreste proprio leggere questo piccolo (ma intenso) saggio di estetica fotografica.

Cominciamo per gradi: che cos’è la fotografia? Oggi, senza un aggettivo che la connoti, rischia di essere qualcosa di veramente troppo generico. Quante immagini siamo abituati a scorrere, a scrollare e a utilizzare ogni giorno? Probabilmente migliaia. Ormai, complice il nostro onnipresente smartphone, persino il detersivo da acquistare al supermercato assume dignità fotografica.
La fotografia, nel corso della sua storia, ha già affrontato parecchie rivoluzioni. Non solo da un punto di vista tecnico ma anche estetico e culturale. Oggi, capirne ruolo e impatto nella digital society non è solo un interessante passatempo per fotografi ma una necessità per essere ‘cittadini digitali’ consapevoli.
Le immagini ci dominano; e noi, come ci relazioniamo a esse? Siamo come le galline vanitose di fronte all’astuta volpe fotografa nella fiaba di Rodari, non resistiamo alle lusinghe avanzate da chi ci vuole rendere più belli, più esposti, più appetibili e, come le galline, rischiamo molto di più di quello che crediamo: “quando furono abbastanza vicine e ben ferme che parevano di sasso, con un balzo fu loro addosso e le mangiò in un sol boccone. Poverette.”
Il nostro saggio, per non lasciarci soli in balia dell’astuta volpe fotografa, ci accompagna alla scoperta delle molte vite della fotografia. A partire dalle scoperte di Daguerre, passando (di sfuggita) per Aristotele… State tranquilli: non serve essere esperti: tutto è spiegato con chiarezza e con un’ottima sintesi. Anche se, cosa sempre difficile nella saggistica, non mancano gli spunti più tecnici per i lettori maggiormente ‘preparati’.
Mi ha fatto molto sorridere il giudizio di Baudelaire che, al Salon del 1859, bollava la fotografia come “un passatempo per pittori falliti, adatta a chi non ha talento né costanza”. D’altra parte, il poeta non è certo stato l’unico a considerare la tecnica fotografica mera copia della realtà. Pensate che persino Man Ray venne aspramente criticato per aver mescolato pittura e fotografia e aver considerato quest’ultima un’arte! Sono stati gli artisti concettuali degli anni ‘60 del secolo scorso a prodigarsi per cambiare questa prospettiva. Eppure pensate, ancora oggi non esiste una sezione prettamente fotografica alla Biennale di Venezia!
Vi consiglio di prestare particolare attenzione ai paragrafi dedicati al concetto della riproducibilità delle immagini e alla sovrabbondanza fotografica. Personalmente li ho trovati particolarmente stimolanti. Soprattutto là dove si affronta il rapporto tra la nostra odierna capacità di relazionarci con il mondo e la nostra compulsione a riprodurlo.
In questo scenario, la fotografia non è più un linguaggio, ma un magma visivo che ci interpella, ci invade e infine ci chiede di ritrovare un senso.
Cuore della discussione, a mio modo di vedere, è il secondo capitolo: Cronache da un mondo fotogenico. Veniamo tutti chiamati in causa e ‘interrogati’ alla ricerca di un’ecologia del fotografare. Il fotografare (e postare) ha un impatto su ciò che viene ritratto? Una città iperfotografata perde la sua anima? Sarebbe ipocrita rispondere negativamente a queste domande. Tra selfie irrinunciabili (magari davanti alla Gioconda) e luoghi instagrammabili, ridiscutere il nostro generale approccio alla fotografia sta diventando un’esigenza sempre più rilevante. Per salvaguardare i luoghi che amiamo ma anche per ripensare seriamente la nostra relazione con l’arte che oggi rischia di diventare solo “uno scenario da usare per una narrazione personale” e con la nostra capacità di fare memoria.
Ma quindi la fotografia oggi che cos’è? Indispensabile strumento di conoscenza del reale? Gancio mnemonico? Esibizione esasperata del sé? E poi, esiste qualcosa di infotografabile o che sarebbe meglio non fotografare? A voi la riflessione e la decisione!
Silvia Camporesi, Una fotografia è una fotografia è fotografia, Einaudi, Torino, 2025